Associazionismo, partecipazione e diritti di cittadinanza


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di Filippo Miraglia - congresso nazionale

Sessione di lavoro 1
Giurisdizione e stato sociale

Ho ascoltato con grande interesse il dibattito congressuale di MD e la relazione di Livio Pepino e trovo una grande sintonia, nonostante le grandi differenze tra le nostre organizzazioni, tra la discussione in corso nell’Arci e quella che sta caratterizzando i vostri lavori.

Questa sintonia non mi sorprende perch da qualche tempo le strade di MD e Arci su alcuni campi di intervento si sono incrociate spesso e la nostra collaborazione sta producendo fatti importanti. Tra le tante cose ricordo quella che mi vede pi impegnato e che Livio Pepino ha individuato nel suo intervento come la questione centrale e paradigmatica della nostra democrazia: la questione immigrazione. Su questo terreno di lavoro, grazie alla grande competenza e generosità di MD e in particolare di Angelo Caputo, stiamo insieme costruendo un percorso unitario per tutte le organizzazioni impegnate nella promozione e tutela dei diritti dei migranti.

Sia l’Arci che Md, con i rispettivi ruoli e fatte le dovute proporzioni, stanno avendo un ruolo importante nel processo di rinnovamento della politica italiana in atto.

Ed è proprio a questo che voglio fare riferimento partendo da quello che è il nostro mestiere, il mestiere dell’Arci: promuovere la partecipazione dei cittadini e delle cittadine alla vita sociale, politica e culturale del territorio in cui vivono e, con un meccanismo complesso di definizione delle scelte comuni, a quella nazionale ed internazionale.

Partiamo da una breve analisi di quello che sta avvenendo.

Negli ultimi anni la partecipazione alla vita pubblica si è sempre pi ridotta ad una sorta di voyerismo politico, supportato dagli strumenti di rilevazione del consenso, sia in termini di audience televisiva che di consumo.

Guardare e comprare sono diventati gli strumenti pi diffusi per esprimere la propria opinione. L’atto del votare, la partecipazione alle elezioni, strumento sempre pi in crisi come dimostrano i dati degli ultimi anni, si è man mano svuotato del suo significato e da principale atto del processo di definizione del governo di una società, elaborato e costruito con il confronto e il conflitto tra interessi differenti, si è trasformato in atto unico di delega, in continuità con le scelte di consumo.

Sono diminuite le persone che decidono di fare politica nei partiti e quelle che dentro i partiti prendono le decisioni. Valga per tutti l’esempio del partito azienda del presidente del consiglio, dove la linea politica si identifica con gli interessi del capo, con la sua storia, la sua azienda, senza alcun peso in termini di scelte, contenuti e rappresentanza delle persone coinvolte nella vita di quel partito, se non all’interno di sondaggi e di conquista del consenso, come se si trattasse della vendita di un prodotto.

Questo modello è oramai molto diffuso ed è forse diventato quello dominante anche nella definizione delle scelte politiche dei partiti, sempre meno influenzate dalla base e sempre pi condizionate da sondaggi e campagne giornalistiche.

Guardare la realtà in televisione ed esprimere il proprio assenso alle scelte dei pochi che decidono per tutti attraverso i sondaggi, l’urna elettorale o referendaria, produce un deficit di democrazia.
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Sono diminuiti i luoghi di elaborazione politica e il numero di persone che partecipa a questi luoghi e l’orientamento del senso comune ha sempre pi come protagonisti i mezzi di comunicazione e chi ha accesso a questi.

Assistiamo ad una sempre minore politicità dei discorsi della politica e ad una politicizzazione della non politica” (i programmi di intrattenimento, gli spettacoli, ..) che prende il posto della politica cambiandone radicalmente i significati e i linguaggi: la politica diventa sempre pi declamatoria e superficiale, sempre pi lontana dalla realtà, la non politica riempie di senso la vita delle persone/consumatori, inventando delle realtà finte.

Anche da questa crisi della politica e della partecipazione, dalla carenza di percorsi di produzione di democrazia, così come da un crescente senso di ingiustizia a livello mondiale e dall’insoddisfazione del ruolo dei partiti e della politica istituzionale che nasce la spinta che si è consolidata, nell’ultimo anno, nella pi grande novità politica: la crescita dei movimenti. Novità rappresentata dai social forum, dal crescente protagonismo del sindacato e dalla crescita di forme di autoorganizzazioni di cittadini e cittadine che si vogliono opporre al governo Berlusconi e ai suoi effetti devastanti per la nostra società.

La politica nel frattempo sembra non accorgersi di quello che succede nelle città, nelle strade e nelle piazze, sempre pi intenta a riprodurre se stessa e a difendere i propri privilegi.

É questo processo che ha consentito alla destra di diventare maggioranza di governo, e prima ancora culturale, in Italia, senza che ad essa si contrapponesse un progetto politico culturale diverso.

Sembra infatti ancora oggi prevalere una lettura tutta politicista dei fenomeni sociali e dei cambiamenti. Così mentre nel mondo si sta consumando la pi grande ingiustizia di tutti i tempi con un Paese, o un gruppo di paesi, che impongono al mondo intero come unico strumento di risoluzione delle controversie internazionali”, e come utile mezzo per proteggere i propri interessi dappertutto, la legge del pi forte, presentandola come espressione del diritto internazionale, in Italia il Parlamento discute di riforme istituzionali. Un argomento di grande interesse che ha dimostrato anche negli anni scorsi quanto è utile in particolare alla sinistra (ricordate la bicamerale!).

Eppure i movimenti che attraversano la nostra società, da quello sindacale, ai social forum ai girotondi, ci suggeriscono una riflessione rilevante sulla cultura politica della nostra società a partire da alcune novità.

Innanzitutto i movimenti sono indice del crescente protagonismo dei cittadini e delle cittadine a decidere del proprio futuro. Inoltre dimostrano, senza contrapporsi ai partiti, ma richiamandoli al loro ruolo nella società, che oggi questi non sono pi l’unica forma della rappresentanza e che molti e complessi sono i percorsi che consentono una partecipazione alla vita politica.

Per noi il 2002 è stato un anno di grandi cambiamenti. Mentre la destra al governo andava avanti nel produrre ingiustizia, iniquità, razzismo e privilegi, la nostra società produceva i suoi anticorpi.

E questi anticorpi, rappresentati proprio dai movimenti già citati, sono scesi in campo, portando in piazza le loro rivendicazioni e la loro voglia di fare politica e di contare.

Tra questi il movimento legato ai social forum, il cosiddetto movimento no global, è probabilmente la novità politica e culturale pi importante di questi ultimi anni. E' riuscito attraverso una grande carica morale, al coraggio di dire cose scomode, a ridare cittadinanza in politica ad alcuni argomenti che sembravano essere diventati tab anche per la sinistra. Una sinistra sempre pi in difesa e priva di una strategia adeguata alla complessità e alle difficoltà della nostra società.

In Italia il movimento no global è pi forte che altrove e ciò è legato anche ad un forte protagonismo del terzo settore e dell’associazionismo sul terreno della promozione sociale.

A Firenze il movimento ha mostrato una forte autonomia politica e culturale ed ha anche dimostrato di poter indicare soluzioni a problemi concreti, facendo di questo un metodo di costruzione della cultura politica collettiva. Con questo movimento una nuova radicalità si è conquistata un diritto di cittadinanza nella politica che negli anni scorsi era stato cancellato.

Lo spazio politico aperto a Firenze dai movimenti ha mostrato di essere pi ampio di quello che offrono i partiti, inaugurando una stagione di partecipazione politica che speriamo duri a lungo.

Tutto questo avrà bisogno nei prossimi mesi e anni di trovare forme o strumenti per consolidarsi.

Le organizzazioni come l’Arci e come Md, piccole o grandi che siano, hanno la responsabilità di dare continuità a questa stagione politica e lo stanno facendo senza rinunciare a fare il loro mestiere, un mestiere che è l’anima di questo movimento. Infatti per noi la nostra missione sociale è promuovere la partecipazione dei cittadini e delle cittadine ed è quello che questo movimento vuole fare.

E' infatti la partecipazione la migliore risposta alla frammentazione sociale che produce il modello neo liberista. Una frammentazione che ha trasformato negli anni novanta la battaglia per i diritti in una lotta per il privilegio. Questo ha prodotto e continua a produrre esclusione sociale e discriminazione.

Pensiamo ad esempio alla questione dei diritti dei migranti che può essere considerata, come voi stessi ci avete insegnato, paradigmatica di una democrazia come la nostra.

Nonostante ciò la politica italiana ancora oggi considera l’immigrazione da una parte (a destra) come una questione politica da usare solo strumentalmente per raccogliere consenso e dall’altra (a sinistra) o gioca in difesa”, proponendo il binomio solidarietà legalità (il bastone e la carota!!), nella convinzione che solo in questo modo non si perdano consensi al centro, oppure ne parla in maniera quasi sempre superficiale e demagogica (sempre a sinistra) lasciando agli esperti” l’onere di fare battaglie e proposte precise e motivate limitandosi a slogan e parole d’ordine tendenti a semplificare.

Su questo terreno, quello dei diritti di cittadinanza, della lotta all’esclusione, si può costruire una vasta alleanza delle forze democratiche che conduca ad una trasformazione della cultura politica e ad una inversione di tendenza nella partecipazione.

La nostra azione, il nostro radicamento sul territorio, che pur rappresenta tutte le contraddizioni e i conflitti che attraversano la società, può essere un’occasione importante di partecipazione con una forte politicità, che inverta la tendenza alla delega causa principale del decadimento della democrazia.

24 01 2003
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