Così il Csm cede alla politica


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di Livio Pepino, da il Manifesto del 9 febbraio 2010

Mi è accaduto recentemente di scrivere, proprio su queste pagine, che la difesa del Consiglio superiore della magistratura passa anche attraverso la denuncia delle sue opacità, dei suoi errori, delle sue prassi clientelari e deviate (che - non sono certo io a nasconderlo - ci sono e sono molte). Per il Consiglio, infatti, come per tutti gli organi elettivi, l'istituzione e le sue contingenti maggioranze non sono la stessa cosa e, almeno in alcuni casi, è proprio la critica a queste ultime che può contribuire a salvaguardare l'immagine della prima e ad evitare interventi modificativi utili solo a peggiorare la situazione.
Una vicenda di questi giorni è illuminante al riguardo. Si trattava di nominare il presidente della Corte d'appello di Milano: ufficio tra i più importanti d'Italia per numero dei magistrati, per mole e qualità di affari trattati, per la pendenza - ragione non secondaria - di alcuni delicati procedimenti riguardanti il presidente del Consiglio (circondati da polemiche e tentativi di condizionamento a dir poco pressanti). C'erano due possibilità. Si poteva nominare un magistrato con alle spalle una carriera tutta svolta negli uffici milanesi, senza sprazzi e con qualche acclarata carenza di capacità direttiva (documentata dalla modesta produttività della sezione di tribunale da lui presieduta), trasferito da circa un anno alla presidenza di altra corte di appello (quella di Brescia). Oppure si poteva scegliere un magistrato più giovane e brillante, già - per oltre vent'anni - giudice presso il tribunale e la corte milanese, poi in cassazione (dopo una esperienza alla Consob, caratterizzata da una intensa attività di sensibilizzazione degli uffici giudiziari ai temi del rapporto tra diritto ed economia), conosciuto e stimato in tutta Europa per spirito di indipendenza, cultura giuridica e preparazione organizzativa (dimostrata anche in sede di audizione davanti alla competente commissione del Consiglio). A molti non sembrerà vero, ma la scelta è caduta sul primo, grazie ai voti delle componenti moderate (con due significative eccezioni), del vicepresidente Mancino, del primo presidente della Corte di cassazione, del Procuratore generale della Cassazione e della cons. Tinelli (designata dal centro sinistra).
La cosa era nell'aria e, per scongiurarla, alcuni di noi si sono preoccupati di evidenziare, nel dibattito che ha preceduto la votazione, la posta in gioco, Abbiamo sottolineato che si trattava di una occasione decisiva per dare risposta alle richieste di rinnovamento della magistratura, per dimostrare che non siamo fermi a una gestione burocratica e impiegatizia della funzione, per valorizzare le intelligenze, le capacità, le culture di particolare rilievo presenti nella magistratura (mostrando così a chi ci guarda, con fiducia o con diffidenza, che i buoni propositi manifestati pochi giorni fa in sede di inaugurazione dell'anno giudiziario non erano solo parole in libertà). Abbiamo aggiunto che occorreva anche guardare in prospettiva, saper cogliere le esigenze nuove (per non ripetere l'errore storico che il Consiglio fece, vent'anni fa, preferendo Antonino Meli a Giovanni Falcone). E abbiamo sottolineato che non è certo un segnale di attenzione alla buona amministrazione allontanare da un ufficio importante un dirigente da poco nominato quando ci sono alternative praticabili (o addirittura, come nel caso specifico, migliori). Non c'è stato niente da fare. La forza dei numeri ha prevalso su quella della ragione.
Resta una domanda. Perché ciò è accaduto? Non si tratta solo di un caso di "ordinaria insipienza" né del prevalere - ancora una volta - di quelle logiche correntizie che pure tutti a parole criticano (essendo, il nominato, esponente autorevole di uno dei gruppi associativi moderati). Tutti, in Consiglio, sanno che ciò è avvenuto per il cedimento a imponenti pressioni politiche esterne, provenienti dalla maggioranza di governo e non da essa soltanto (come è stato espressamente detto nel dibattito in plenum senza smentite di sorta). Ciò impone due considerazioni. La prima riguarda l'oggi. La tenuta della indipendenza della magistratura è, anche, nelle mani dei magistrati e del loro Consiglio superiore: non tutti dimostrano di averne la necessaria consapevolezza. La seconda riguarda il domani. Cambiare la composizione o le regole per l'elezione del Consiglio è istituzionalmente utile se recide (o attenua) i collegamenti con la cattiva politica; è, al contrario, controproducente se alimenta ulteriormente prassi come quella qui denunciata.

09 02 2010
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