Magistratura e differenza di genere, il punto di vista dell’ADMI: Un invito al dialogo


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di Evelina Canale

Sono Evelina Canale e sono qui in rappresentanza dell'ADMI - Associazione Donne Magistrato Italiane.

Per la verità ritenevo di giungere da voi non solo come ospite non
attesa, ma anche come ospite poco conosciuta. Sono stata piacevolmente
sorpresa quando ho sentito parlare dell'ADMI da Nicoletta Gandus. Ma il
mio compiacimento si è ben presto trasformato in disappunto:

infatti, nella sua relazione, (apprezzabile per
l'impegno critico che apporta al dibattito), la collega Gandus ha
avanzato pesanti censure all'operato dell'ADMI.

Allora, e di questo mi scuso, dedicherò la premessa
del mio intervento proprio ad alcune brevi precisazioni, in quanto
ritengo fondamentale, per un dialogo costruttivo, sgombrare il campo da
ambiguità ed equivoci.

Devo, a tal proposito, chiarire che la nostra
associazione provvede a tutti i costi di funzionamento con le quote
delle iscritte; la principale fonte di spesa è rappresentata dalla
stampa e dalla distribuzione del nostro giornale "giudicedonna".
Infatti, anche quando "giudicedonna" viene distribuito unitamente al
bollettino dell'ANM, sosteniamo per intero le nostre spese postali e
ciò per evitare la trasformazione del nostro giornale in "supplemento"
del bollettino della ANM, che pure ci esonererebbe dal pagamento delle
spese di distribuzione.

In occasione dell'organizzazione di convegni
nazionali, (spesso organizzati con associazioni professionali o con
istituzioni universitarie), provvediamo al pagamento delle spese di
nostra competenza: colgo anzi l'occasione per annunciare il convegno
sull'ordinamento giudiziario che si terrà a Roma il 14/6/2004 con la
Camera Minorile e con la LUMSA.

Per un convegno organizzato a livello europeo ,
l'ADMI ha beneficiato, come associazione privata senza fini di lucro,
di fondi della Comunità Europea, in ordine ai quali è stata presentata
tutta la documentazione di spesa ai competenti uffici di Bruxelles per
il necessario controllo contabile; a livello regionale ( Piemonte) ,
sono stati organizzati incontri con giudici degli altri Stati membri ed
anche in tal caso la gestione economica è stata seguita e curata dalla
nostra tesoriera in carica, Gabriella Luccioli.

Infine, per alcuni convegni internazionali
organizzati con la IAWJ (International Association Women Judges)
abbiamo usufruito di contributi del CNR e di altre istituzioni,
riuscendo talvolta a stampare gli atti, come per il Convegno sulla
Violenza Domestica del maggio 1994 che fu un evento di straordinario
interesse per il numero delle partecipanti, (colleghe provenienti da
oltre 50 paesi), e per i suoi contenuti, se è vero che la proposta
lanciata proprio nel corso del Convegno sulla introduzione nel nostro
ordinamento degli "orders of protection" venne recepita da alcune
parlamentari e diventò proposta di legge e poi legge dello Stato, pur
con alcune modificazioni non tutte condivisibili.

Dunque, grande chiarezza e trasparenza nella
gestione e nelle fonti di finanziamento; grande democraticità nella
partecipazione, perché nella nostra associazione si lavora tutte
insieme, secondo le disponibilità di tempo di ciascuna; il che forse è
un limite organizzativo e crea qualche difficoltà di funzionamento, ma
assicura partecipazione e controllo da parte di tutte.

Un chiarimento, questo, che vuole essere una
risposta pacata, ma forte, alle poco piacevoli critiche mosse
dall'amica Gandus, alla quale vorrei ricordare che non è sulla base di
un articolo dello statuto, (ripreso da quello dei giudici minorili,
allorchè poche e coriacee colleghe diedero vita all'ADMI ), che si può
fondare una critica all'ADMI in materia di finanziamenti.

Cosa dire poi delle critiche al nostro giornale?
Vorrei solo riaffermare che siamo stata la prima e per molto tempo
l'unica voce delle donne magistrato a riproporre anche nel nostro
ambito professionale i temi dei diritti delle donne, le incrostazioni
del nostro sistema giuridico ancora largamente declinato al maschile,
la afasia politica delle donne, le difficoltà professionali collegate
anche all'essere donna magistrato, la tendenziale autoesclusione delle
donne magistrato dalle aree di assunzione di responsabilità, secondo
modelli e meccanismi che già operano nella società civile e che non si
superano agevolmente neppure con indosso una toga.

Forse qualche numero di "giudicedonna" avrà delle
sbavature, non sarà ben bilanciato negli interventi, ospiterà resoconti
della nostra attività che potrebbero essere diffusi diversamente. Ma mi
piace ricordare che alcuni numeri ci sono stati richiesti da
biblioteche specializzate e non; che alcuni temi sono stati scoperti e
promossi dal nostro giornale, prima di diventare oggetto di maggiore
attenzione da parte della stessa ANM.

Mi permetto di segnalare alcuni articoli sulla tutela diritti
umani, sulla "giurisprudenza creativa", (che fu oggetto nel 2002 di una
conferenza mondiale di donne magistrato), sul Tribunale Penale
Internazionale ed in generale sulla tutela dei soggetti deboli, tutte
tematiche che, a mio modesto avviso, contraddicono le affermazioni di
Nicoletta.

Voglio ancora ricordare che della condizione delle
donne islamiche il giornale si interessò fin dagli inizi degli anni
1990, avvalendosi della collaborazione di una eminente islamista;
perché questa è un'altra delle peculiarità della nostra associazione e
del nostro giornale, quella di essere aperti alle esperienze
professionali di altre donne, per uno scambio di saperi, di esperienze
e di conoscenze, per un arricchimento reciproco e una maggiore
consapevolezza del ruolo delle donne nella società.

Cos'altro si può chiedere ad un giornale che è nato
dalla passione di poche ed isolate donne magistrato, ma che in poco
tempo ha dimostrato di essere un efficace strumento di identificazione
e di crescita culturale?

Ciò premesso, passo all'oggetto dell'odierno incontro.

Ebbene, non vi nascondo la mia soddisfazione nel costatare che i
temi che come ADMI abbiamo affrontato in solitudine e talvolta con
diffidenza da parte dei colleghi e delle stesse colleghe, costituiscano
oggi oggetto di un dibattito così ricco e approfondito.

In particolare il problema del "gender bies" è stato posto al centro
della nostra attenzione fin dai primi anni 90 a seguito delle ricerche
effettuate in molte Corti degli Stati Uniti dall'Associazione
Internazionale delle Donne Giudici, (associazione di cui l'ADMI fa
parte).

Significativo in proposito quanto ebbe a dichiarare il Presidente di
una delle Corti interessate: "ignoravo l'esistenza stessa del problema
del "gender bies" prima di leggere i dati della ricerca nel mio
distretto".

Proprio nel quadro di queste riflessioni abbiamo utilizzato
l'occasione che ci veniva dalla legge n. 125/91 per sollecitare la
costituzione, all'interno del CSM, del Comitato Pari Opportunità,
costituzione che tra l'altro era prevista come un preciso obbligo di
legge.

Tra le varie attività del Comitato vi è stata tutta una serie di
iniziative, sollecitate dall'ADMI, (ne è testimone Silvia, che
costituisce la nostra "memoria storica" all'interno del Comitato),
dirette a valorizzare la specificità delle donne e a dare soluzione ai
problemi connessi alla maternità.

Tra queste mi limiterò a citare:

1) quella che prevede un punteggio aggiuntivo per la maternità da 0
a 3 anni per le assegnazioni di prima sede e per i tramutamenti,
circolare estesa successivamente agli uomini i quali, grazie ad una
sentenza del TAR LAZIO, hanno potuto anch'essi beneficiare delle nostre
faticose conquiste di parità;

2) ancora la circolare sulla diversa distribuzione degli affari al rientro dopo il periodo di congedo per maternità;

3) ricordo inoltre la legge 48/2001 che ha creato l'organico
distrettuale per sopperire alle assenze per maternità e per malattia,
legge che ha recepito una proposta dell'ADMI presentata al Comitato
delle Pari Opportunità e da questo approvata;

Un aspetto importante dell'attività dell'ADMI è poi costituita dalla
partecipazione all'Associazione Internazionale delle Donne Magistrato,
(IAWJ), che annovera ormai 80 paesi, (l'ultima associazione che si è
costituita ed iscritta è stata quella delle donne magistrato afgane).

L'attività svolta con l'Associazione Internazionale è stata di
grande interesse in quanto ci ha consentito di porci a confronto con le
diverse percezioni di sé, con i valori, con le conquiste, ma anche con
i problemi e le difficoltà delle donne magistrato provenienti da tutte
le parti del mondo.

Un breve cenno vorrei infine riservare al delicato problema della
rappresentanza: nonostante le donne siano ormai il 40% dell'organico e
nell'ultimo concorso abbiano raggiunto la quota dei 2/3, la loro
presenza all'interno del CSM è numericamente risibile, così come è
altrettanto risibile la loro presenza ai vertici delle correnti e negli
uffici direttivi. Questa invisibilità delle donne deve costituire
oggetto di una riflessione comune e generalizzata perché interessa
tutti.

Già alcuni anni fa l'ADMI propose all'Assemblea Generale dell'ANM
una modifica statutaria nel senso di prevedere che la presenza dei
candidati dell'uno e dell'altro sesso nelle liste delle correnti per
l'elezione del CDC non dovesse superare i 2/3, una norma lungimirante
che voleva comunque garantire un minimo di democrazia rappresentativa.

La proposta trovò una chiusura totale da parte di tutte le correnti, anche di MD.

Mi domando se non sia il caso di riprenderla, tutti insieme, anche
alla luce dell'intervenuta modifica dell'art. 51 della Costituzione e
tanto più che questa idea è alla base di iniziative legislative per le
prossime elezioni europee e per quelle amministrative e gli stessi
partiti sono organizzati al loro interno prevedendo un minimo di misure
atte a favorire la presenza adeguata delle donne nelle liste, (per non
parlare della recente riforma della normativa francese che ha
introdotto un sistema di quote di candidature nelle elezioni
amministrative).

 

Mi avvio rapidamente a concludere: complimenti dunque a MD per
questa iniziativa che ci trova pienamente concordi. Ma è augurabile che
queste tematiche siano dibattute all'interno di tutte le correnti e
diventino oggetto di comune riflessione da parte delle donne, e perchè
no? degli uomini. Noi come ADMI siamo disponibili ad offrire il nostro
contributo di idee, di elaborazioni, di scritti, mettendo a
disposizione anche lo strumento di comunicazione del nostro giornale
che, piaccia o no, (a proposito, invito Nicoletta a scrivere un
articolo per il prossimo numero di "Giudicedonna" che saremo felici di
ospitare anche come una sollecitazione a migliorarci), allo stato
costituisce da oltre 10 anni l'unica voce delle donne magistrato, donne
magistrato appartenenti a tutte le correnti: perché questo è il segno
distintivo dell'ADMI, cioè di essere aperta a tutte le donne
magistrato, e ciò non in contrapposizione con l'ANM, (non mi stancherò
mai di ripeterlo), ma al fine di elaborare e riflettere su tematiche
specifiche da offrire poi alla discussione congiunta di tutti , perché
è nostro fermo convincimento che le tematiche della parità sono ancora
in larga misura estranee alle donne e quindi c'è molto lavoro da fare
insieme.

Vi ringrazio per l'attenzione.

07 07 2007
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