Intervento di Francesco Vigorito


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di Francesco Vigorito

 

Il sedicesimo congresso nazionale di Magistratura Democratica si celebra in un momento particolarmente delicato per la vita del gruppo: il quinquennio del governo di centro-destra si è caratterizzato per un attacco continuo, ripetuto, al limite del parossismo, ad alcuni dei principi cardine della Costituzione repubblicana, ai diritti sociali, all’autonomia ed indipendenza della magistratura e complessivamente ad una idea di giurisdizione conforme ai valori costituzionali.

In questi anni Magistratura Democratica è stata in prima fila nella difesa della Costituzione, dei diritti dei cittadini e degli immigrati, dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione; la caduta del governo di centro-destra è stata vissuta da tutti come la fine di una fase in cui erano stati pesantemente messi in discussione i fondamenti del patto costituzionale ed i diritti individuali e sociali.

La successiva vittoria nel referendum costituzionale è stato un risultato straordinario per l’intera società italiana; a questo risultato Magistratura Democratica ha contribuito in modo significativo entrando a far parte del Comitato promotore del referendum e partecipando attivamente alla campagna referendaria.

Qualche giorno dopo, però, il pesante insuccesso nelle elezioni dei componenti del CSM, da alcuni previsto ma da nessuno immaginato nei termini in cui si è verificato, ci ha d’improvviso posto di fronte alla contraddizione che questo congresso è chiamato ad affrontare: Md continua ad operare efficacemente nella società civile, resta protagonista delle battaglie a tutela dei valori costituzionali, dei diritti dei più deboli ed indifesi, continua a svolgere il suo ruolo di critica del diritto dall’interno dell’istituzione, di affermazione di una cultura garantista e di una proposta di cambiamento, ed è chiaramente individuata come “il nemico” da coloro che vogliono far regredire questi valori nella società e nelle istituzioni ma fatica a rapportarsi con una parte importante della magistratura italiana, ed in particolare, ma non solo, con le generazioni più giovani di magistrati.

Ma quali sono le origini, le cause di questa contraddizione, quali sono i modi per superarla?

E, poi, si tratta di un problema contingente o invece mette in discussione il senso di essere magistrati democratici, il senso stesso e le prospettive di Magistratura Democratica?

La capacità di mantenere un ruolo esterno è senza dubbio il risultato della capacità di dialogo e di confronto che in questi anni abbiamo avuto con i soggetti che, nella società, nelle istituzioni, nel mondo del lavoro, della cultura, delle professioni, nelle singole realtà territoriali, hanno difeso la centralità della tutela dei valori costituzionali e dei diritti dei cittadini: abbiamo provato ad affrontare la “nuova questione sociale” posta dalle enormi trasformazioni di questi ultimi decenni, abbiamo, tra i pochi, accettato la sfida dell'innovazione istituzionale, guardando con attenzione alla giurisprudenza delle Corti europee e cogliendo anche i limiti della Carta costituzionale rispetto ad alcuni dei diritti che sono con più forza messi in discussione nella società globalizzata di questi anni ( si pensi alla non discriminazione per ragioni di orientamento sessuale o per ragioni religiose).

Non credo che si possa mettere in dubbio che questo percorso debba proseguire: fa parte della storia e del modo di essere di Magistratura Democratica; non se ne può fare a meno anche perché la magistratura in Italia ha assunto, comunque, un ruolo innegabile di "garante" dell'apertura permanente del processo di tutela delle minoranze e di protezione delle chances partecipative di tutti, perché la dialettica tra limiti e prerogative del potere e della maggioranze e contrappesi giudiziari è lo strumento per consentire, citando Papi Bronzini, “alla società ed allo stesso sistema politico di apprendere riflessivamente i modi per mantenere in equilibrio "diritti e democrazia".

Il punto, però, è che, in questi anni, l’attenzione ai mutamenti in atto si è fermata alle porte dei palazzi di giustizia o, almeno, questa è la percezione che molti, dentro e fuori Magistratura Democratica, hanno avuto.

La radicalità, la profondità della riflessione e dell’intervento non ha investito in modo adeguato il modo di essere della giurisdizione, la capacità del sistema giudiziario di offrire una risposta sufficiente – in termini qualitativi e quantitativi - alla richiesta sociale di giustizia, non ha riguardato il lavoro dei magistrati, il reale modo di essere dell’autogoverno, la vita negli uffici.

La cosa più di sinistra che si possa dire per un gruppo di magistrati l’abbiamo detta e dimenticata mille volte: è la capacità di progettare una gestione democratica della giurisdizione e dell’autogoverno.

Su questo non abbiamo segnato a sufficienza il nostro modo di essere e questo per Magistratura Democratica è devastante, significa non trovare una linguaggio comune con buona parte di coloro che operano negli uffici giudiziari, con quella generazione, ormai amplissima, di magistrati cresciuta non nella stagione delle grandi trasformazioni democratiche ma formatasi nella fase degli attacchi costanti, continui e reiterati alla politicità ed alla assunta parzialità dell’intera magistratura e di Md in particolare.

Se non riusciremo a delineare e mettere in campo concretamente un progetto radicale, se non daremo il senso della diversità della nostra idea di giurisdizione, della volontà di rompere la corporazione, non ci sarà nessuno strumento per contrapporsi alla deriva burocratica, all’emergere di una magistratura attenta quasi esclusivamente a mantenere quelli che una campagna di disinformazione generalizzata disegna come “privilegi di categoria”, a quello che Juanito Patrone ha definito autogoverno di protezione, rappresentativo di esigenze locali, di sottogruppi professionali e persino generazionali” e contestualmente ad essere impotenti a fronteggiare la deriva che sta subendo la qualità della giurisdizione.

In molti documenti precongressuali sono stati individuati i punti fondanti di un progetto e si è disegnata la via per affrontarli, si sono delineate le scelte organizzative che il gruppo deve fare, i percorsi, le alleanze; la via di un cambiamento deve svilupparsi intorno ai temi dell’ordinamento giudiziario e dell’autogoverno, della organizzazione degli uffici, del rapporto con il potere esecutivo ma investe fatalmente anche la struttura del gruppo dirigente che deve uscire dal congresso.

Nell’autogoverno vi è l’esigenza di una ridefinizione e semplificazione delle procedure che portano alle scelte principali in tema di designazione dei capi degli uffici, di trasferimenti, di procedimenti disciplinari e di incompatibilità, di un drastico svecchiamento della dirigenza degli uffici (che un cinquantenne possa essere posto al vertice di una struttura organizzativa complessa è la regola ovunque: deve divenirlo anche nella magistratura), è indispensabile l’individuazione di meccanismi di valutazione democratica del servizio da parte degli utenti, occorre rendere effettivo il controllo sulla organizzazione degli uffici che ora è affidato ad un sistema troppo lento e macchinoso, deve proseguire il lavoro sulla riforma delle valutazioni di professionalità ( incentrate non solo sulla quantità ma anche sulla qualità del lavoro giurisdizionale), al centro di ogni valutazione vi deve essere una attenzione assoluta alla deontologia professionale.

Se Magistratura Democratica crede nella giurisdizione, deve impegnarsi con i fatti e con le decisioni concrete a convincere i magistrati dell’importanza del lavoro giudiziario, della giurisprudenza e della attività giurisdizionale “di tutti i giorni”.

Connesso con il tema della organizzazione degli uffici è quello delle risorse, al continuo incremento dei procedimenti, penali e civili, ha fatto da contrappunto una drastica riduzione delle risorse che ha colpito mezzi e personale. Occorre quindi aprire una vertenza con il governo perché vi sia un’appropriata politica della spesa ma si deve accompagnare questa richiesta con la serrata denunzia delle incapacità organizzative che rendono vano qualsiasi investimento.

Si deve richiedere al Governo di mantenere l’impegno di realizzazione dell’”Ufficio per il processo“, che non comporti un semplice cambiamento di etichette ma la previsione di una struttura che accanto alle attività amministrative, di gestione del fascicolo e di rapporti con il pubblico, curi l’attività di aggiornamento della base informativa e documentale, la ricerca dottrinale e giurisprudenziale e la predisposizione dei provvedimenti, ma occorre pretendere anche che la predisposizione degli strumenti per il Processo Civile Telematico abbia tempi ragionevoli, conformi a quello che accade per interventi analoghi nel settore privato.

Occorre proseguire nella realizzazione di un processo di ripensamento ed auto organizzazione del lavoro giudiziario che è iniziato in alcune realtà e che costituisce uno strumento prezioso di crescita individuale e collettiva. Le cosiddette “prassi virtuose” hanno fatto crescere interi settori della giurisdizione, con confronti e contrapposizioni anche aspre, ma coinvolgendo tanti magistrati in un rapporto dialettico ed in una riflessione comune che ha dato a molti il senso di un lavoro collettivo, aiutandoli a superare l’isolamento e rendendo meno gravosa e più stimolante l’esperienza individuale.

Sotto questo profilo l’esperienza degli Osservatori sulla giustizia civile ( che ormai sono presenti in 20 sedi giudiziarie tra le quali Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Cagliari, Palermo) e degli Osservatori sulla giustizia penale, alla quale Magistratura Democratica ha contribuito in modo determinante, costituisce un esempio di come si possano concordemente perseguire obiettivi di buona organizzazione “mettendosi insieme attorno a un tavolo” ed individuando regole concordate

di condotta e di buona amministrazione della giustizia.

E’, poi, indispensabile tornare alla elaborazione di una giurisprudenza innovativa ed evolutiva; in passato le scelte interpretative segnavano più di ogni altra cosa il modo di essere dei magistrati democratici, non è vero che oggi non sia ancora così, quello che manca, forse, è un luogo di confronto più agile ed insieme più tecnico, che consenta di mettere in circolazione in modo più diffuso la giurisprudenza.

Occorre, ancora, confrontarsi con le istanze “pratiche” che vengono dai colleghi: non si tratta di cercare il consenso in qualsiasi modo ma non mi sembra che ci sia nulla di corporativo nella richiesta di una decisa riforma del sistema retributivo che ruoti intorno ad un robusto aumento dello stipendio d’ingresso e del meccanismo di progressione economica, nel perseguire in concreto l’equità nella distribuzione interna dei carichi di lavoro e dei turni per evitare fenomeni di nonnismo giudiziario, nell’individuazione di strumenti, anche di formazione e informazione tecnica, di supporto ai magistrati più giovani.

Essenziale diventa - per far camminare questo “programma” – tessere rapporti sempre più stretti con gli altri gruppi della magistratura associata d’ispirazione progressista ed anticorporativa che su tanti di questi punti di programma sono vicine alle nostre tesi.

E’ poi indispensabile riorganizzare le strutture dirigenti. I compiti che il prossimo esecutivo si troverà ad affrontare richiedono la formazione di una compagine che sia espressione delle diverse sensibilità del gruppo ma che abbia soprattutto la capacità di lavorare collettivamente. E’ necessario che, intorno al segretario, l’organizzazione del comitato esecutivo preveda l’attribuzione a ciascuno di compiti (e responsabilità) specifiche, che vi siano componenti incaricati di realizzare i punti programmatici che sono stati enunciati, e poi occorre curare i rapporti con la stampa ed i media, con la politica e le istituzioni, con le sezioni ed in particolare con quelle meridionali, con il Consiglio Superiore e l’Associazione Nazionale Magistrati, con i gruppi di lavoro, con coloro che si occupano di flussi, con gli osservatori; una attenzione maggiore, rispetto al passato, deve essere prestata per i modelli organizzativi concreti, per le disfunzioni organizzative che si verificano negli uffici, per gli aspetti tecnici della elaborazione giurisprudenziale.

Credo che sia questo il modo per far sì che, usando le parole di Giovanni Palombarini, Magistratura Democratica continui ad essere il principale soggetto del cambiamento della istituzione giudiziaria, il gruppo di magistrati che, utilizzando le competenze specifiche ed insieme valorizzando una complessiva cultura politico-istituzionale, persegue da quaranta anni l’obiettivo della difesa dei diritti, il progetto di una giurisdizione che realizzi realmente le esigenze di giustizia della società civile.

Non è un compito agevole ma non lo era e non lo è stato nemmeno quello di far nascere Magistratura Democratica e di farla crescere in questi decenni difficili e convulsi della storia italiana.

 

Francesco Vigorito

15 02 2007
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