Come cambiare davvero la giustizia


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di Claudio Castelli da il Manifesto del 5 gennaio 2010

Giuliano Pisapia è avvocato e persona di valore che ha idee in molti casi stimolanti e innovative (ricordo l'interessante lavoro speso come Presidente della commissione per la riforma del diritto penale), ma che ha posizioni storiche sull'ordinamento giudiziario e sulla separazione delle carriere su cui non concordo. Nessuna demonizzazione quindi, ma un serio confronto che si deve nutrire di dissensi anche profondi. Non condivido l'approccio di Giuliano Pisapia né nel metodo, né nel merito.

Si continua a parlare di riforma della giustizia facendo un'enorme confusione tra il piano dell' efficienza, tempi e qualità della giustizia e quello del «riequilibrio» tra i poteri ridimensionando la giurisdizione. L'ambiguità su cui continua a giocare l'attuale deflattivo politico (ma è una scena già vista in occasione della controriforma Castelli dell'ordinamento giudiziario) è di sovrapporre i due piani, che invece hanno ben pochi punti di contatto. Pisapia ha ragione a dire che bisogna smettere di giocare sulla difensiva ed avere il coraggio di avanzare «serie proposte di riforma in grado di ottenere un ampio consenso, anche, e soprattutto, perché fatte nell'interesse di tutti, e non di pochi». Ma queste devo- no essere riforme che ci diano una giustizia efficiente ed equa, e ciò non si raggiunge accettando la strumentale agenda che ‘attua1e dibattito politico sembra imporre.

Se si vuole davvero modernizzare la giustizia i terreni sono: riorganizzazione degli uffici giudiziari anche sul territorio, passaggio al processo telematico, semplificazione dei riti e adeguamento del processo alle nuove modalità informatizzate, deflazione della domanda di giustizia (diritto penale minimo e procedure conciliative), un piano di investimenti finalizzato alla realizzazione di progetti nazionali e locali, assunzioni, qualificazione e riqualificazione di personale specializzato, attuazione della Scuola della magistratura (con attenzione alla formazione dei dirigenti), un

ruolo chiaro della magistratura onoraria. Un piano di reale innovazione, in larga parte già scritto, che punta sulla trasparenza, sui tempi, sulla qualità, su politiche di accesso e di accoglienza degli utenti. Se si seguirà questa strada i risultati sono sicuri: già oggi laddove qualche pezzo di questi interventi è stato realizzato (ad esempio in tema di processo civile telematico e di riorganizzazioni interne) i risultati sono stati eccellenti con benefici in trasparenza, tempi e qualità.

Ma per non essere accusati di eludere i punti di dissenso credo sia necessario entrare nel merito dei due cavalli di battaglia che oggi vengono sbandierati come soluzione dei problemi della giustizia. Non si può però trascurare il messaggio. devastante che viene fatto passare ogni qualvolta si parla di questi due temi come centrali per il funzionamento della giustizia: sotto traccia si fa capire che attualmente la giustizia non va perché il processo è squilibrato a favore dell'accusa, perché la giustizia disciplinare dei magistrati è domestica, perché il Csm è diviso in correnti. Non solo non è vero il flesso di causa, ma si tratta di assunti falsi; veri e propri luoghi comuni affermatisi grazie al continuo ripeterli.

Qualche dato per contrastare questa vulgata, scusandomi per la sommarietà: - il tasso di assoluzioni nei Tribunali italiani che oscilla sul 30% (compresi i processi per direttissima) e nega qualsiasi idea di appiattimento dei giudici sui Pm, le delibere del Csm assommano a decine di migliaia ogni anno, quelle unanimi sono oltre il 95% e quelle che danno luogo a polemiche, fondate o meno, di correntismo non arrivano a venti l'anno; il numero di azioni disciplinari esercitate nell'ultimo decennio ha riguardato quasi il 10% dei magistrati in servizio e circa il 3% di loro sono stati sanzionati o hanno abbandonato l'ordine giudiziario per evitare il processo (in Francia le sanzioni sono state proporzionalmente un quinto di quelle irrogate in Italia, dove tra giornalisti ed avvocati le azioni disciplinari hanno riguardato solo 11% degli iscritti agli ordini).

Quanto alla proposta di separazione delle carriere continuo ad essere, in questo momento storico, radicalmente contrario. In un paese come l'Italia, ove l'indipendenza della magistratura non è ancora, purtroppo, un valore radicato ed indiscusso, un Pm separato diventerebbe una sorta di «mostro» che non risponderebbe a nessuno, se non ad una rafforzata gerarchia interna. Infatti la scelta della separazione solleciterebbe un accentuata gerarchizzazione tra uffici del Pm, facendone diventare come vertice un Procuratore generale della Cassazione, potentissimo e senza responsabilità. Il passaggio ad un controllo politico sarebbe a quel punto chiesto inevitabilmente da tutti. Avremmo un Pm rigidamente gerarchizzato, svincolato dalla cultura della giurisdizione, sollecitato ineluttabilmente, magari sotto la spinta di campagne di opinione a perseguire ad ogni costo la tesi dell'accusa, al di là delle prove acquisite ed acquisibili, in un'ottica di scontro frontale con la difesa. E questo che vogliamo? Sarebbe utile per i cittadini? Gli avvocati sono sicuri che è questo il modello da perseguire? Non da oggi credo che la prospettiva debba essere diversa e contraria: mantenere e radicare il Pm nella cultura della giurisdizione e delle garanzie.

Quanto al Csm, le deviazioni esistenti derivanti da logiche di appartenenza (che peraltro non riguardano solo i componenti togati) non si possono ovviare eliminando la rappresentanza dei magistrati (ovvero la stessa democrazia), ma modificando regolamento, modalità di lavoro e trasparenza dei lavori consiliari. Ma anche qui c'è un equivoco: si vuole migliorare l'efficienza del Csm e rendere quanto più è possibile oggettive e trasparenti le scelte o eliminare un governo autonomo della magistratura riportando tutto sotto il controllo della politica?

L'Alta Corte di giustizia non sarebbe in alcun modo una garanzia per i cittadini. Da un 1ato verrebbe persa l'unitarietà dell'indirizzo deontologico, oggi demandato al Csm; dall'altro, se il contribuito dei membri laici è essenziale per rompere rischi di separatezza corporativa, è proprio la presenza maggioritaria nell'organo disciplinare di magistrati, che hanno esperienza pratica della professione, a rendere equo e rigoroso insieme il controllo disciplinare. Demandare il giudizio ad un'Alta Corte con una presenza limitatissima di tecnici che conoscono la materia, rischia di essere una scelta non oculata e pericolosa che può portare sia al più ampio lassismo, sia a condanne facili, con pesantissimi riverberi sull'attività giudiziaria.

Su un punto penso vi sia accordo. Una riforma reale della giustizia va fatta e non serve a

nulla stare sulla difensiva. Occorre dimostrare che cambiare la giustizia si può, attuando i principi costituzionali. Un programma condiviso da operatori e settori di società civile può essere elaborato ed offerto al dibattito. E d'obbligo provarci.

 

 

05 01 2010
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