Intervento di Anna Canepa - XXIX Congresso ANM


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La questione della professionalità dei giudici è questione centrale del
dibattito associativo e politico; al cittadino infatti interessa che il
giudice che si occupa di lui come attore/convenuto ovvero come imputato o
parte offesa sia dotato di un adeguato livello di professionalità; non
bisogna infatti mai dimenticare che organizzazione ed efficienza sono i
mezzi per raggiungere il fine che è la tutela dei diritti.

La valutazione dei magistrati legata alla progressione in carriera secondo
scansioni temporali predeterminate, non era sufficiente o meglio era
inadeguata a garantire un elevato e diffuso livello di professionalità, o
meglio a garantirne un sufficiente controllo.

Un più rigoroso sistema di controlli sulla professionalità è stato previsto
dal nuovo ordinamento giudiziario (v. 111/07) che ha introdotto, accogliendo
sollecitazioni anche della magistratura associata, frequenti controlli di
professionalità , sganciati da occasionali momenti di controllo per il
conferimento di funzioni diverse e superiori, e per i quali si richiede
particolare rigore sotto il profilo della acquisizione degli elementi
conoscitivi e delle valutazioni.

La nuova disciplina dei CG, anello intermedio della catena dell'autogoverno,
diventa il cardine del nuovo sistema di valutazione della professionalità.

L'occasione e' storica per l'affermazione dell'autogoverno, ed è una sfida
che non può essere persa.
Questa sfida necessita della assunzione diretta di responsabilità da parte
di tutti; tutti dobbiamo denunciare criticità dal basso, sollecitare
cambiamenti.

Non si puo' rimanere indifferenti a prassi neghittose, ad inefficienze
individuali, ad inadeguatezze di chi dirige gli uffici; non vi devono
essere più alibi per la cattiva gestione degli uffici; le informazioni
devono essere le più ampie possibili per fornire seri e concreti elementi
di conoscenza non solo su prassi negative, ma anche in ordine alle ipotesi
virtuose.

Il vero problema è quello della emersione delle notizie e delle
informazioni; nessun eccesso di severità, ma basta al buonismo, alla melassa
del "tutti bravissimi ed eccellenti", alla tolleranza sempre e comunque,
alle clausole di stile; basta con le chiacchiere nel corridoio.

Assunzione di responsabilità vi deve essere anche da parte della Avvocatura,
chiamata a partecipare ai Consigli giudiziari, non sul merito delle
progressioni in carriera, ma in ordine alla organizzazione degli uffici e
con la possibilità di segnalare fatti specifici incidenti sulla
professionalità.

La partecipazione delle componenti laiche, quali l'avvocatura appunto, deve
essere stimolata e sollecitata in senso propositivo, anche con momenti di
comune confronto.

Se falliamo sarà difficile fermare la messa in discussione del sistema di
autogoverno; dobbiamo affermare nei fatti una professionalità fino ad ora
declamata a parole.

Peraltro, la deriva impiegatizio\burocratica, che si va affermando, perde di
vista la consapevolezza della rilevanza della funzione alla quale siamo
chiamati.

Funzione come impegno, anche come tensione ideale per affermare legalità ed
uguaglianza.

Questi anni non sono passati invano, ne siamo usciti tutti demotivati,
frustrati da condizioni di lavoro sempre peggiori, anche indignati, perchè
indicati come unici responsabili di un tracollo di cui siamo vittime.

Ritengo però, che mai si debba dimenticare che il nostro lavoro gode di
rilievo sociale, ha caratteristiche di indipendenza dell'esercizio della
funzione, che non ha paragone in altre attività subordinate.

Autonomia e indipendenza garantita e prevista dalla Costituzione non come
privilegio, ma come funzionali alla qualità del servizio giustizia.

La capacità dell'ordine giudiziario di assicurare l'adeguatezza dei
magistrati alle funzioni che sono chiamati a svolgere è la precondizione per
garantire e difendere questa prerogativa costituzionale.

L'importanza e la rilevanza di quello che, tra mille difficoltà e
problemi,oberati dai carichi di lavoro, con strumenti materiali e
processuali insufficienti ed inadeguati, tutti i giorni facciamo, la
vediamo riflessa negli occhi di chi in qualche modo chiede giustizia.

Esercitiamo un potere e dobbiamo assumerci la responsabilità dell'esercizio
della giurisdizione, e, quindi non difendere sempre e comunque "a
prescindere" chi sbaglia.

E' difficile separare i principi dalle persone, soprattutto dall'esterno:
quando si difendono i principi, rileva il modo in cui le persone esercitano
la giurisdizione.

Noi spesso veniamo alla ribalta solo per casi negativi, mentre in altre
occasioni, non abbastanza enfatizzate perché positive, riusciamo ad
affermare e produrre diritti; il ruolo della giurisdizione è un ruolo
essenziale e in espansione, perchè sempre più in discussione sono i diritti
dei singoli e della comunità ; la sensazione è però quella di una
giustizia "smarrita", fiaccata , perduta.

In questo periodo di crisi di credibilità delle istituzioni, anche nei
nostri confronti prevale sfiducia e ostilità.

Spesso non a torto, l'azione penale è considerata un ordigno che sanziona
prima dell'accertamento e, quando accerta le responsabilità, non riesce a
punirle.

Davanti ai cittadini la responsabilità è collettiva ed è per questo che la
professionalità di ciascuno deve essere massima.

E, quando si sbaglia, la nostra responsabilità non deve essere attenuata ma
raddoppiata.

Professionalità è repressione delle violazioni di legalità, sempre e
comunque, con provvedimenti incisivi e giuridicamente corretti, ma anche e
soprattutto, rispetto delle garanzie, senza sovrapporre visioni morali allo
scopo del processo.

Professionalità è l'esatto contrario di una visione sostanzialista, che
privilegia il risultato indipendentemente dai mezzi usati (risultato che
peraltro spesso si rivela disastroso).

La Politica da sempre, e di qualunque colore, ha tollerato con fatica
l'esercizio indipendente della giurisdizione, l'obbligatorietà della azione
penale, l'indipendenza del PM; non possiamo fornire a chi vuole
riappropriarsi dell'indipendente esercizio della azione penale alibi o
giustificazioni.
Non possiamo difendere un certo modo di fare i giudici solo perché attacchi
arrivano dall'esterno.

Mi piacerebbe che ricevessero risposte alcune questioni poste da un collega,
che chiedeva se l'indipendenza nell'esercizio della giurisdizione postula
l'irresponsabilità per qualsiasi violazione di legge o se c'è un limite? E
qual'è il limite?
E se si pensa che si possa rispondere anche per le modalità di esercizio
della giurisdizione, perché si parla sempre in astratto di lesa
indipendenza ogni volta che un procedimento disciplinare o una critica
riguarda un giudice, e mai del merito?

Se, con responsabilità, affrontiamo questi nodi e con chiarezza e onestà
intellettuale, ci diamo delle risposte, recupereremo credibilità e, quella
fiducia, che i cittadini non ci hanno mai fatto mancare e che in certi
momenti si ha la sensazione che intorno a noi vacilli.

 

10 06 2008
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