Intervento di Giovanni Palombarini


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di Giovanni Palombarini

 

Consentitemi una premessa. Nel momento in cui Juanito Patrone conclude la sua esperienza di segretario generale di Md credo che gli vada rivolto non solo un affettuoso saluto ma anche un forte ringraziamento per lo straordinario impegno e l’intensa passione con i quali ha svolto il suo lavoro. Gli va riconosciuto il merito, tra l’altro, di avere rilanciato, dopo anni, il tema dell’ampliamento e della difesa dei diritti, a partire dalla giurisprudenza per giungere all’intervento nel dibattito politico-culturale. Il suo coinvolgimento nel difficile compito è stato grande, con risultati che non possono essere cancellati dalla sconfitta alle elezioni del Csm. Un lavoro, il suo, che spero venga ripreso e ulteriormente sviluppato dalla nuova direzione che uscirà dal congresso.

 

1. Intendo soffermarmi su una questione, grande come una casa, che Md dovrà affrontare; anzi, che investirà inevitabilmente la giurisdizione in quanto tale e il senso della sua indipendenza: un’indipendenza che non dipenderà soltanto dal tipo di ordinamento giudiziario che si intende adottare, ma soprattutto dai contenuti nei quali si tradurrà nei tribunali.

La questione è quella della collocazione della magistratura nel quadro degli equilibri istituzionali della democrazia della delega. Dobbiamo saperlo bene. Al di là di tanti dibattiti sulla costituzione e sulla sua attualità, e anche al di là del referendum che ha sconfitto il disegno neoautoritario delle destre, è in atto da tempo un processo di modificazione della costituzione materiale che ha determinato rilevanti cambiamenti nella vita della repubblica. E’ un fenomeno che da tempo si sta sviluppando sotto i nostri occhi. Le forme, i contenuti, i valori che caratterizzano l’attualità, lontani ormai dalle scelte del costituente del 1948, preoccupano tutti coloro che hanno creduto nella democrazia progressiva, nella progressiva realizzazione della promessa del capoverso dell’articolo 3. Il fenomeno mette sempre più in discussione il riconoscimento e la tutela dei diritti, vecchi e nuovi.

In sintesi. Si sta intanto progressivamente realizzando un tipo di democrazia, nella quale la tendenziale concentrazione del potere nell’esecutivo contempla inevitabilmente una riduzione del ruolo delle altre istituzioni, comprese quelle di garanzia. Il concetto che sta passando, o che è già passato, è che ogni cinque anni si vota - il che garantisce la prima base della democrazia - e che chi vince, legittimato dal voto popolare, dalla certificazione elettorale di maggioranza, può fare ciò che vuole. Senza troppi lacci e laccioli di controlli preventivi o successivi, senza la preoccupazione di scomodi bilanciamenti. Senza che sia possibile ad opera dei giudici quello che Alessandro Pizzorno chiama “il controllo di virtù”. Soprattutto, senza che le sue scelte di politica economica, sociale e internazionale siano ostacolate da forme vecchie e nuove di conflittualità sociale.

Ancora in sintesi. Il valore di fondo che in linea di principio per la Costituzione dovrebbe almeno tendenzialmente ispirare le scelte, anche quelle economiche, quello dell’uguaglianza, è stato emarginato. Oggi tutto viene giustificato con il richiamo alla “competitività”, criterio che s’è imposto fino a diventare una specie di verbo. Fate caso. Non si parla neppure più dell’uguaglianza delle opportunità. Anzi, ad altro livello s’è detto con chiarezza: “non si può pretendere che il figlio dell’imprenditore e quello dell’operaio abbiano le medesime chanches”. Frase sgradevole, se si vuole, ma che corrisponde, oltre che a una ideologia diffusa ben al di là dell’area berlusconiana, a scelte concrete nel governo dell’econimia.

E non si tratta solo di questo. La politica - o, se si vuole: il ceto politico - ha raggiunto una straordinaria autonomia, nel senso del distacco da ogni forma di partecipazione e da grandi interessi popolari. Il consenso è quello che viene misurato attraverso i sondaggi, per il resto la politica si muove secondo proprie logiche, anche in termini di riproduzione del potere. E’ prevedibile che una prossima legge elettorale cancellerà la vergogna della prescelta ad opera di vertici dei partiti dei membri del parlamento, senza neppure l’apparenza di un’espressione di preferenza dell’elettore; ma appunto, ciò costituirà una doverosa correzione di un sistema che va in tutt’altra direzione. Le scelte di un ceto professionale totalmente autoreferenziale, la cui attività ha costi sconosciuti in altre democrazie, sono ispirate a criteri di compatibilità, di compatibilità con la competitività. Gli interessi considerati marginali, non immediatamente produttivi di consenso elettorale, sono considerati irrilevanti.

 

 

2. Tutto ciò ha concreti risvolti in termini di prospettive d’intervento di un movimento attento al quesito “quale giustizia” e alle tematiche delle libertà e dei diritti.

Intanto per quel che concerne la giurisprudenza, da studiare, praticare e diffondere. E’ facile la tentazione di trascurare la giurisprudenza, adagiandosi su orientamenti consolidati. Perché proporre una giurisprudenza alternativa - da qualcuno il solo parlarne viene liquidato come uno sterile ricorso a una formula sorpassata - è difficile e scomodo; perché spesso, o sempre, si parte da posizioni di minoranza; perché certe scelte corrono il rischio di essere giudicate dal ceto politico come il frutto di smanie di supplenza o dell’intenzione di contrastare, in nome di un “sedicente garantismo”, la volontà del legislatore o il comune sentimento popolare. Perché, laddove si diriga un ufficio, si tratta, ovviamente nel rispetto e delle regole di organizzazione e dell’autonomia dei singoli, di aprire un dibattito che può determinare la scomodità di confronti quotidiani con annesse difficoltà di gestione, laddove il lasciar correre e l’adeguarsi consentono il quieto vivere.

In questa sede si possono fare solo rapidi esempi.

Si pensi in primo luogo al versante dei diritti civili. Al di là di qualche timida, isolata promessa oggi è chiaro che poco o nulla verrà prodotto dall’attuale ceto politico - nella specifica realtà italiana condizionato anche dal peso della Chiesa cattolica e da una caduta verticale del principio di laicità dello Stato (anche di questo, a mio giudizio, dovrebbe parlare Md) - ad esempio in tema di fecondazione medicalmente assistita, rifiuto di trattamenti sanitari non voluti, convivenze di fatto. E’ una storia conosciuta: per divorzio, aborto, violenza sessuale nuove leggi sono state approvate solo per la pressione di grandi movimenti. Oggi, anche su questo versante, tutto appare più fragile. Ebbene, intanto qui si evidenziano il significato e l’importanza - i contenuti nuovi -dell’indipendenza. Purtroppo il caso Welby ha segnalato come una carenza di consapevolezza del ruolo del giudice nei nuovi assetti della democrazia della delega si traduca in una volontaria autoriduzione dell’indipendenza, con conseguente sacrificio dei diritti della persona. Contemporaneamente, su un altro versante, proprio lo studio della giurisprudenza, anche della Corte di Cassazione, consente di vedere come quanto di tutela dei diritti delle persone conviventi s’è fino a oggi realizzato sia proprio stato il prodotto, in larga misura, dell’interpretazione creativa dei giudici. Ebbene, qui è facile individuare un settore di lavoro importante per chi intenda praticare nei modi imposti dai tempi la tradizionale scelta di campo.

Ancora, la questione immigrazione. Una questione di importanza centrale per la democrazia, non foss’altro per la ragione che è in costante aumento il numero delle persone extracomunitarie (e neocomunitarie) regolarmente residenti. Qual è la loro condizione? e la regolamentazione di loro rapporti di lavoro? Ma poi, il regime delle espulsioni, la normativa in tema di diritto d’asilo e il diritto penale speciale per i migranti difficilmente troveranno modificazioni significative a livello legislativo; non solo, diciamolo francamente, per l’esiguità dei numeri della maggioranza al senato. Dunque il giudice ha uno spazio, può avere uno spazio non piccolo d’intervento per l’affermazione di diritti e garanzie. Qui non si parte da zero. Il lavoro di grande importanza che in questi anni è stato svolto dal gruppo immigrazione coordinato da Angelo Caputo ha cominciato ad arare il campo con coraggio e intelligenza. Alcune prime risposte si cominciano ad avere anche a livello di Corte di Cassazione. Sarebbe un grave errore ridurre l’impegno su questo versante che di certo, anche perché portato avanti da un numero tutto sommato ristretto di persone, non può avere influito sulla scarsa attenzione, lamentata da molti, per i problemi dell’efficienza degli uffici.

Proprio negli ultimi tempi è ripresa poi l’attenzione per i temi della salute e degli infortuni sul lavoro, com’è stato segnalato in alcuni interventi precongressuali. E’ in gestazione un disegno di legge per un testo unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro ma è difficile immaginare che nell’attuale sistema degli appalti e subappalti, prima fonte di tanti incidenti (e di profitti), venga stabilito un obbligo per il vincitore della gara, cioè per il primo committente, di inserire nel contratto, con automatico inserimento in quelli successivi, un piano realmente vincolante di sicurezza. Comunque, anche a questo proposito si può ribadire che l’indipendenza può avere significati forti e concreti solo se, a cominciare dall’organizzazione delle procure della Repubblica, ci si atteggerà di nuovo rispetto a questo fenomeno con l’intenzione di fare, con la volontà di svolgere un ruolo rilevante (ovviamente, nei limiti in cui il magistrato interviene di regola a violazioni di legge già avvenute). L’intervento di Beniamino Deidda, in particolare, ha indicato rilevanti prospettive di lavoro.

Un ultimo esempio. E’ stato Stefano Rodotà a evidenziare più volte come proprio attraverso il lavoro dei giudici, soprattutto quando hanno saputo e voluto richiamarsi alla carta di Nizza, si prospetti la creazione di un diritto europeo dei diritti. Spero che la direzione che uscirà dal congresso non lasci solo, nel suo costante lavoro, il gruppo Europa.

 

A tutto questo si collega poi il tema del rapporto tra giurisdizione e antagonismi sociali, il tema della pretesa di fare del giudice la sentinella della società degli inclusi, contro la prospettiva della democrazia progressiva delineata dalla Costituzione. Ne ho parlato nel mio la variabile indipendente, alla cui lettura rimando.

E si prospetta qui anche la questione dell’atteggiamento rispetto alle varie forme delle nuove lotte sociali, per la pace e la casa, per l’ambiente e la difesa dei posti di lavoro. Certo, in queste occasioni possono essere commessi reati specifici, a volte è avvenuto. E però va evitata la contestazione impropria di reati associativi o di aggravanti di eversione e terrorismo, che con gli obiettivi di quelle lotte non hanno nulla a che fare.

Dunque, è importante questa indipendenza della magistratura; e conosciamo le ragioni della difesa della giurisdizione dai ricorrenti attacchi. Una giurisdizione che merita di essere difesa e anzi continuamente arricchita di contenuti perché potere indipendente impegnato nell’inveramento della Costituzione e nella riproposizione, contro ogni logica di compatibilità, dei suoi valori per mezzo della giurisprudenza; perché punto di ri-equilibrio democratico.

 

3. La democrazia della delega, i caratteri attuali della politica. Vi è qui per Md un secondo versante di impegno da non trascurare. Un campo di attività che dovrà essere curato particolarmente - quello dei rapporti con l’esterno e dell’intervento esterno- proprio perché lo impongono i limiti della democrazia solo procedurale, della delega, dell’espressione dei ceti garantiti. Con la segretaria di Juanito Patrone è stato instaurata una ricca rete di intensi rapporti con una serie di associazioni e movimenti che prestano grande attenzione al tema dei diritti al di fuori delle compatibilità stabilite in sede politica. Dall’Arci alla Cgil, dal Tavolo della pace a Medici senza frontiere, dall’Asgi ai vari movimenti per la difesa dell’ambiente e del territorio, fino a un rinnovato impegno di Medel proprio sul fronte dei diritti. Si tratta di una ricchezza che non va dispersa. Questa è infatti di una rete attraverso la quale non solo si possono acquisire conoscenze e consapevolezze nuove, ma anche far passare idee e elaborazioni maturate nell’esperienza di Md. Si tratta di rapporti che possono produrre contemporaneamente un reciproco arricchimento e un rafforzamento di comuni iniziative, e che possono fare maturare istanze di sinistra.

Grazie a questi rapporti, ma anche indipendentemente da questi, Md ha saputo operare una serie significativa di pubblici interventi per l’affermazione dei diritti. Certo, in Md c’è chi pensa che alcune di queste attività - il rilevante impegno pubblico nel referendum per la difesa della Costituzione, la partecipazione a iniziative contro la guerra, l’intervento a piazza Farnese alla manifestazione “tuttinpacs” del gennaio 2006 - abbiano alienato alcune simpatie a Md. Viene però da chiedersi: ma chi sono coloro - cioè come la pensano, come fanno in concreto i giudici, che sentenze scrivono - coloro che hanno deciso di non votare per Md per quelle o altre analoghe iniziative. Al di là di ciò rimane comunque il fatto che spetta a Md dire e fare alcune cose. Anche per dare maggiore consistenza all’idea che l’indipendenza della giurisdizione merita di essere difesa.

 

 

Giovanni Palombarini

 

 

06 03 2007
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