Intervento di Elisabetta Cesqui


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di Elisabetta Cesqui

 

Non avevo preparato un intervento e anzi avevo pensato di intervenire solo se fossi stata direttamente chiamata in causa anche perché credevo che, a sei mesi dall’inizio dell’esperienza consiliare, che mi sarei trovata a dover rendere conto di quello che stiamo facendo e volevo perciò rimanere aperta alle sollecitazioni piuttosto che presentarmi con un fervorino pronto.

In consiglio abbiamo fatto diverse cose, alcune buone, altre forse meno, certo abbiamo espresso una posizione riconoscibile non perché abbiamo cercato di spostare la politica consiliare sui temi “alti” della tradizione culturale di MD, ma perché abbiamo cercato di rappresentare quell’approccio nella gestione quotidiana dei compiti del consiglio. Non ho capito qui se la corrente si riconosce o no, è contenta o no, in cosa occorre cambiare rotta.

Allora voglio parlare io dell’esperienza consiliare e vi voglio dire che il nodo più difficile che dobbiamo affrontare è che la rappresentanza di MD è vissuta dalle altre correnti, ma soprattutto dai componenti laici, quelli di centro sinistra quanto quelli di centro destra, esattamente come tutte le altre correnti. Quando si assume posizione sull’approvazione di una tabella o sulla nomina di un dirigente o sulla nomina di un rappresentante della formazione decentrata veniamo ascoltati con una apparente condiscendenza, con un evidente retropensiero secondo il quale ovviamente la soluzione che stiamo appoggiando si giustifica per il fatto che favorisce uno dei nostri e danneggia uno degli altri. E’ il risultato di una serie complicata di fattori che tutti conosciamo, molti estranei a noi e moltissimo proprio attivati contro di noi, ma tutti gli organismi complessi, specie le strutture, hanno una loro memoria e la memoria sedimentata della nostra presenza in consiglio ha, in termini oggettivi, determinato questo risultato. E’ un dato con il quale dobbiamo fare i conti.

Noi non veniamo visti male perché abbiamo una visione troppo ideologica e troppo politicizzata del ruolo del giudice, ma quasi per la ragione opposta. Allora io non riesco a capire questa specie di polemica continuamente affermata e continuamente negata contro un’idea del magistrato di MD troppo preso dai temi politici generali e assente dai problemi concreti degli uffici.

Io vengo da un ufficio di vecchi e in quell’ufficio di vecchio dove il quieto vivere da vecchi gentiluomini è la cifra distintiva, Giovanni Palombarini è stato il primo a fare sistematiche riunioni per discutere dei temi e delle questioni che andavano in decisione alle sezioni unite, Gianfranco Viglietta è stato il solo a fare osservazioni alle tabelle, e quando io ho chiesto di fare una riunione sull’organizzazione del disciplinare sono stata presa come una stravagante movimentista, ma la riunione si è fatta, ed il procuratore generale aggiunto, ha assunto l’impegno ad una organizzazione più razionale del disciplinare e quando è diventato procuratore ha mantenuto l’impegno. Questa MD qual’era? Sono questi i padri la cui eredità ci dobbiamo scrollare di dosso?

E veniamo ai temi del congresso.

Dopo l’estate, nella prospettiva di un congresso affrettato, che nei borbottii che si andavano diffondendo veniva vissuto da alcuni come un congresso pronto a scodellare una nuova dirigenza, sono stata tra quelli che hanno insistito per un congresso fatto presto, ma non subito (cioè a febbraio, come è avvenuto) perché ci fosse un ampio dibattito precongressuale, le sezioni e i gruppi esprimessero e maturassero le loro posizioni. Non so quali saranno i risultati finali, ma quello che mi proponevo è successo, quasi tutte le sezioni si sono espresse con documenti articolati, i gruppi hanno elaborato una posizione meditata, ma a me sembra ora che si cerchi di fare, in questo congresso a cui siamo arrivati ragionando, quelli che si rimproverava ad un congresso affrettato e cioè consolidare soluzioni di assestamento della dirigenza della corrente che si decidono fuori e a prescindere dalle posizioni elaborate nel dibattito congressuale.

E allora io voglio dire che, proprio perché credo che non esiste un approccio concreto, operativo, sindacale, in sé, se non sintesi della storia e della memoria di MD, come hanno detto Nello Rossi, Edmondo Bruti Liberati e Piergiorgio Morosini ieri, io voglio partire dal documento della sezione romana. E’ una posizione che non ci chiede di rispondere alle pulsioni o alle esigenze di questa o quella microcorporazione interna alla magistratura ( e le microcorporazioni stanno aumentando di numero e di peso) ma di confrontarci, rispetto ai temi generali della figura professionale del giudice, su nodi essenziali: che vogliamo fare su quei nodi? La responsabilizzazione dei capi degli uffici, la temporaneità degli incarichi direttivi, la procedura di approvazione delle tabelle, il superamento dell’anzianità come criterio di selezione della dirigenza, il problema delle risorse, questi sono i punti sui quali ci si chiede di prendere posizione.

Il documento romano tocca un punto essenziale sul quale anch’io avevo avuto modo di ragionare seguendo alcune vicende specifiche relative al mio ufficio e che si erano dipanate (ma non risolte) nel corso della scorsa consiliatura: l’idea di imbrigliare le spinte clientelari in una rete sempre più fitta di regole produce i suoi effetti e consente di recuperare in trasparenza e responsabilità nei processi decisionali del consiglio, obbligando a smascheramenti, ma si arriva ad un punto in cui tale processo diventa non solo inutile, ma controproducente. Quando la sezione parla di discontinuità di approccio dice una cosa importantissima, che chiama tutti noi a una grande responsabilità.

Nella situazione che prima descrivevo, in cui noi siamo vissuti come identici agli altri, il rischio grande è che il recupero di discrezionalità si trasformi in una radicale rivincita della protezione di corrente, ed in questo gli altri hanno più esperienza, più sapienza, più numeri di noi. Ma una risposta in avanti ai problemi nodali che la sezione romana segnala: abbandono della anzianità, temporaneità degli incarichi, verifica dell’attività dei dirigenti, più efficace (il che non vuol dire più centrale ) controllo sull’organizzazione comporta evidentemente un maggiore e non una minore volume di attività e impegno da parte del consiglio (che vuol dire però anche tempo per l’adozione delle decisioni ) e degli organi di autogoverno decentrati. Perciò, se ci si vuole muovere in questa direzione, occorre cambiare radicalmente l’approccio, tenendo conto che il problema si pone in modo completamente diverso per le nomine dei dirigenti da una parte e per le tabelle e l’organizzazione dall’altra, perché diverso è nei due casi lo stadio di maturazione, o meglio di saturazione, delle regole interne che dovrebbero guidare la discrezionalità del consiglio .

Per quanto riguarda le nomine, almeno in linea di principio, c’è accordo generale sulla assoluta necessità della individuazione di criteri preventivi, anche se nel momento della loro adozione entra in gioco la diversa idea del magistrato che ciascuno e ciascuna corrente ha maturato ( il magistrato medio come magistrato ideale, l' eccellenza innanzi tutto, il riconoscimento delle carriere parallele, l’ossequio feticistico dei numeri, delle statistiche e della produttività, solo per indicare alla rinfusa qualcuno dei criteri di riferimento). Non si tratta perciò di decidere se e quali criteri adottare, ma si tratta di fare una piccola ed enorme inversione spazio temporale, cioè quella dell’applicazione dei criteri dopo aver scelto le persone e non il contrario. Il problema è perciò quello della trasparenza e della controllabilità del modo in cui i criteri sono stati adattati alle decisioni in concreto, ma soprattutto quello della scelta di buoni dirigenti. Pensare di operare tale inversione spazio temporale serrando e infittendo ancora di più la griglia di controllo della discrezionalità del consiglio è meramente illusorio. Su questo terreno credo che debbano operare forme, preventive e successive di controllo diffuso, quello che nella vita normale si chiama controllo sociale. Negli uffici e nei consigli giudiziari non è difficile distinguere i magistrati bravi da quelli furbi ed occorre rafforzare i canali attraverso i quali queste indicazioni possono in modo trasparente, istituzionale e non demagogico, arrivare al consiglio.

Per quanto riguarda l’organizzazione degli uffici invece le resistenze culturali – quasi sempre negate a parole - sono molto più radicali e diffuse. L’evoluzione dell’idea stessa dell’organizzazione degli uffici e della loro verifica attraverso il monitoraggio dei flussi è parte di un processo culturale che non è stato ancora assimilato ed è ancora in fase di elaborazione. Una inversione di tendenza attraverso un allentamento del controllo può e deve essere fatto, soprattutto se verifichiamo che la rigidità delle griglie tabellari finisce per ostacolare e non per agevolare l’iniziativa di quei pochi dirigenti che cercano di far funzionare le cose, ma può avere successo solo se accompagnato da un fortissimo processo di autogoverno dal basso, una mobilitazione concreta e diffusa, cioè se tutti i giovani Viglietta e i giovani Palombarini, continuano a premere, a controllare, a fare osservazioni, altrimenti diventa una smobilitazione. Su questo terreno è forse necessario lasciare che la cultura tabellare, così come sta evolvendo, maturi e si consolidi prima di avviare processi rapidi di semplificazione, limitandosi per ora a snellire le procedure nelle situazioni nelle quali il suo radicamento abbia già prodotto frutti.

Ma la corrente si deve attrezzare a governare questi processi e perciò occorre chiedersi che cosa deve fare MD uscendo da questo congresso. Io credo, alla luce del dibattito di questi tre giorni, che avrà un’importanza decisiva la formazione della prossima dirigenza e perciò credo che questo la corrente debba fare in questo momento:

  • non avvitarsi in contrapposizioni nominalistiche

  • esprimere un consiglio nazionale rinnovato, e rinnovato lo sarà per forza, che metta insieme tutte le risorse di magistratura democratica e sia in grado di fare da volano forte all’attività dei gruppi che sono il nerbo della corrente e sono la risposta alta, la migliore che possiamo dare, alla frammentazione delle spinte con cui le varie professionalità interne alla magistratura premono in direzione di una sommatoria di microcorporazioni

  • formare un esecutivo ricco di presenze significative in grado di rispondere in tempi rapidi e con l’apporto specifico delle diverse storie professionali e sensibilità alle numerosissime e impellenti sollecitazioni.

  • designare una segreteria ed una presidenza che non siano il frutto ne’di accordi preventivi ne’di compensazioni o di patti di non belligeranza. Non c’è una sola persona tra noi che vuole questo o che vorrebbe che la sua posizione possa essere interpretata in questo senso.

 

Elisabetta Cesqui

 

 

28 02 2007
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