Intervento di Fabrizio Vanorio


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di Fabrizio Vanorio

 

Il tempo di durata dell’intervento concesso a tutti mi impedisce di trattare i temi del nostro impegno di magistrati iscritti a MD con il dovuto approfondimento.

E’ evidente, comunque, che non c’è bisogno di ripetere fatti e ragionamenti già noti. Le Sezioni hanno contribuito già dal luglio dello scorso anno all’analisi delle cause della sconfitta elettorale, naturalmente con accenti diversi che tutti conosciamo. Dopo il periodo estivo è ricominciato, come ha ricordato con orgoglio Juanito, un periodo di lavoro sulle tematiche dei diritti sostanziali in campo civile e penale, delle procedure e dell’ordinamento. 

Vorrei ripercorrere ora le fasi più salienti del confronto esterno ed interno sulla giustizia, a partire da settembre. In quel mese si realizzò il cosiddetto “compromesso” sull’ordinamento, compromesso, però, alquanto singolare, come molti di noi fecero notare: l’opposizione al Senato non garantì nemmeno un voto al d.d.l. di sospensione (dunque, il voto bipartisan non vi fu), mentre nella maggioranza si abbandonò l’idea di una sospensione totale, ritoccando come sappiamo il decreto sulle Procure. In realtà il vero compromesso politico fu stipulato tra diversi settori della stessa maggioranza, alcuni dei quali, come ben noto, più o meno pregiudizialmente ostili alle idee della magistratura associata.

Nel frattempo era sorta (o era stata fatta sorgere, qui le sfumature contano) la famosa “questione economica”. Il malcontento tra i magistrati, dunque, stava montando generalizzato.

Le strade, a quel punto erano tre: o la rassegnazione motivata dal realismo politico, dal mantra “il Paese ha voluto così” o l’esaltazione dei risultati comunque raggiunti, secondo la teoria del “passo in avanti” o, infine, quella dell’analisi critica della situazione e dell’operato della maggioranza, seguita da un “innalzamento del livello della vertenza”.

 Io, come molti di voi sanno, e tutti gli iscritti della Sezione palermitana abbiamo condiviso quest’ultima impostazione, trovando significative consonanze soprattutto tra gli iscritti del Mezzogiorno. Tutte e tre le tesi, tra settembre ed ottobre sono state sostenute con argomenti ed analisi approfondite, in buona parte condivisibili. Anche qui non ripeto concetti già noti, voglio solo evidenziare che MD, dopo qualche esitazione, ha scelto proprio la tesi dell’ “innalzamento del livello della vertenza” e mi riferisco, ovviamente, alle iniziative dell’Esecutivo sulle Procure, ai ripetuti interventi del Segretario sulla lentezza nell’elaborazione politica al Ministero, all’azione di contrasto che la GEC dell’ANM ha avviato sulla rozza risistemazione dell’assetto retributivo. E devo ricordare la significativa ripresa dei lavori del gruppo sull’ordinamento, con particolare riferimento ai veri e propri sforzi per prefigurare uno spazio operativo per la normativa consiliare.

Io credo che con queste iniziative stiamo risalendo la china. Stiamo mettendo nell’angolo chi, nel “ceto associativo”, voleva trovare occasioni per accusarci di collateralismo ed abbiamo spento in modo intelligente la miccia della protesta della “base”. La temuta (e non uso a caso il verbo, ricordo la preoccupazione dei giorni precedenti) Vandea il 26 novembre non c’è stata e non c’è stata perché abbiamo spiegato la nostra visione della retribuzione come tassello del mosaico dell’indipendenza e della serenità del magistrato e non come pretesa assoluta da rivendicare con esclusività ed “a prescindere da controprestazioni”. Quel giorno abbiamo cercato di spiegare ai magistrati più giovani - e probabilmente ci siamo riusciti - che bisogna continuare a battersi per  evitare mortificazioni ancor più gravi sull’assetto ordinamentale, dalla sterilizzazione dei cambiamenti di funzioni alla burocratizzazione del PM, fino al provincialismo nella formazione. Occorre, insomma, avere un orizzonte più largo e far convivere le questioni ideali e quelle materiali. Abbiamo vinto quel giorno, ricordiamolo, perché non abbiamo reagito con sufficienza ad una protesta di cui non condividevamo certo l’impostazione culturale. Se avessimo manifestato quel disprezzo istintivo che talora è emerso in taluni interventi pubblici prima della sconfitta elettorale, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente.

Io, quindi, credo che occorra riflettere con attenzione su questi passaggi del recente passato, soprattutto per affrontare l’intenso periodo che ci aspetta.

Non voglio però, sia pure nel breve tempo rimastomi, omettere di parlare di temi fondamentali.

Io penso che vi sia una comunanza di ideali ed un approccio condiviso alla funzione giurisdizionale tra tutti noi. Nessuno ha messo in dubbio la necessaria coesistenza dell’apertura verso la società e dell’azione all’interno degli uffici e dunque è di altro che occorre parlare.

Dobbiamo soprattutto comprendere qual è il metodo per essere più incisivi, per attuare davvero quella trasformazione della realtà (oggi avvilente) a cui tendiamo.

Penso che potremo essere più incisivi, in primo luogo, se comprenderemo l’interconnessione dei problemi che si manifestano davanti a noi. Come abbiamo scritto nel documento della Sezione, ed è un solo esempio, l’assetto democratico della magistratura requirente garantisce tutti i cittadini, soprattutto le fasce deboli. Garantisce nel Mezzogiorno l’unica – purtroppo – forma di effettivo controllo delle politiche spesso deviate delle pp.AA. Costituisce un antidoto contro derive autoritarie delle forze di polizia.

Insomma, non possiamo rinunciare a difendere conquiste sociali che solo noi possiamo tutelare. In altri campi, penso ai temi della bioetica, delle politiche penali,  del nuovo processo civile, possiamo contare sul soccorso di forze amiche, ma sul terreno dell’ordinamento, se cediamo noi, alle nostre spalle non ci sarà nessuno. E perderanno però tutti i cittadini. Potremo perdere la vertenza politica, certo, ma non evitare di condurla fino in fondo, a pena della perdita di credibilità di fronte a tanti colleghi che in questi anni hanno risposto alle nostre chiamate e tuttora ci incalzano nelle assemblee locali. Io non penso che l’ordinamento, la democrazia interna non interessino più. I colleghi sono disillusi per altri motivi, dalla carenza di risorse alle evidenti cattive prassi interne alla categoria.

E non ricerco un’intransigenza fine a se stessa, ma devo pur dire, proprio dopo aver partecipato ai primi lavori del gruppo ordinamento, che altre modifiche, anche mirate, della normativa primaria dovranno intervenire perché il Consiglio non può riformare, ma solo regolamentare, disciplinare e colmare lacune legislative.

Non dobbiamo aver paura di essere minoritari prima di contarci. E poi i conteggi sui consensi non vanno fatti solo nell’ambito del ceto politico, ma nella società tutta.

Il programma e le dichiarazioni d’intenti approvate dagli elettori ad aprile scorso erano certamente più avanzate delle politiche finora praticate. E poi su questioni meno basilari i numeri al Senato non sono mancati.

D’altra parte, rinunceremmo mai ad una battaglia culturale come l’abrogazione dell’ergastolo, posizione minoritaria nel Paese e temuta da molti colleghi, penso a tanti colleghi anche d’impostazione progressista impegnati contro la criminalità organizzata ? Vi rinunceremmo mai per difetto dei numeri ? O piuttosto, ci interrogheremmo laicamente sulla questione, facendo capire che una riforma seria renderebbe il sistema punitivo meno ipocrita, ma non per questo meno tutelante per le vittime dei reati ? E lo stesso principio vale per le norme liberticide sull’immigrazione.

Ma il processo di trasformazione della realtà-giustizia, come è stato giustamente osservato più volte, non può esaurirsi nelle vertenze col potere politico.

Dobbiamo essere incisivi al nostro interno ed anche e soprattutto qui i giovani colleghi  ci guardano, ve lo assicuro, per non parlare dei cittadini tutti.

I protocolli di udienza sono una sfida da raccogliere subito, a Palermo ci stiamo faticosamente provando, confrontandoci soprattutto con un ceto dirigente decisamente scettico, dunque complimenti ai colleghi che già hanno messo in pratica  un’organizzazione del servizio efficiente.

I controlli sui carichi di lavoro, sulla professionalità, sia sotto il profilo qualitativo, che sotto quello deontologico, della trasparenza e dell’impegno sono demandati a tutti noi. Non penso certo a Tribunali speciali etici, ma almeno a magistrati dalla schiena dritta.

Come ha ricordato Juanito, cerchiamo di varcare una buona volta le colonne  d’Ercole delle mailing-lists, superiamo lo “sfogo telematico” o, peggio, da bar Lex e cancelliamo la vergogna degli esposti anonimi.

Io vi assicuro, se ci si alza in piedi in una riunione d’ufficio e si spiega perché una proposta tabellare non regge sotto il profilo, magari, della trasparenza, se si fa capire che la questione è di carattere generale e non si stanno cercando prebende, buona parte dei magistrati ci seguiranno e sottoscriveranno i nostri documenti. Altri rimaranno silenti: ma sono quelli che non ci hanno mai votato oppure quelli che, per ogni voto che ci portavano, ce ne facevano perdere due con il loro modo d’essere giudici.

Se le prassi, come ci ha ricordato Manuela Massenz con l’e-mail dell’altroieri, seguiranno coerentemente le teorie che da sempre si elaborano con acume in MD, veramente la “nostra MD” potrà recuperare tutto il terreno perso.

 

Fabrizio Vanorio

 

21 02 2007
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