Intervento al Congresso dell'Anm 24-26 febbraio 2006


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di Gianfranco Gilardi

1. Vorrei guardare a questo congresso non con l'immagine della giustizia che traspare dalla relazione del Ministro al Parlamento, che alla giurisdizione civile ha dedicato meno righe delle dita di una mano ed a quella minorile e del lavoro neppure una, ma con gli occhi e la mente rivolti all'impegno che ci attende, a quel traguardo continuamente inseguito e perennemente lontano che è l'effettività della giurisdizione.
A noi, che in ragione del nostro lavoro ne viviamo ogni giorno i problemi, spetta il dovere di rendere testimonianza di tutte le cose che mancano, e che continueranno a mancare fino a quando la preoccupazione della politica sarà rivolta pi al controllo dei giudici che al funzionamento della giustizia, fino a quando alle sue necessità continuerà a rispondersi con tagli di spesa, sottrazione di mezzi e privazione di risorse, e continueranno a restare irrisolti, eternamente in bilico tra mancanza di progetti e spinte corporative, nodi essenziali come quelli della dislocazione delle strutture sul territorio o l'esigenza di un assetto chiaro, coerente e definito della magistratura onoraria.
Ma a noi spetta anche il dovere di non concorrere a questa sconfitta perch, se la giurisdizione ha come unico scopo quello di tutelare i diritti, l'organizzazione giudiziaria deve essere concepita come progetto tutto rivolto a questo obiettivo, coinvolgendo intorno ad esso saperi e competenze, favorendo la partecipazione delle altre categorie professionali e degli utenti, perseguendo un'idea di governo autonomo non come spazio riservato e chiuso in se stesso, ma come luogo aperto all'ascolto ed alla collaborazione. Non vi è da temere se l'istituzione giudiziaria diventa pi democratica, poich anzi questa è la premessa per realizzare una maggiore solidarietà intorno ai problemi della giustizia e per creare una comune tensione verso il loro superamento.
Anche nella relazione introduttiva di ieri sulla giustizia civile traspare questa evidenza, a smentita della rappresentazione interessata che della magistratura si continua a dare cercando di isolarla dalla coscienza collettiva. Ufficio per il processo, analisi dei flussi di lavoro, "Osservatori" sulla giustizia, protocolli d'udienza, non costituiscono soltanto parole nuove, ma sono aspetti concreti di un grande fermento che sta trasformando l'immagine degli uffici giudiziari, ed in cui si esprime il desiderio di contrastare la rassegnazione e l'indifferenza, con un recupero di senso del ruolo professionale di tutti e di ciascuno: uno straordinario movimento di contrasto al messaggio di passività e conformismo racchiuso nelle sirene delle nuove/vecchie "carriere" che la controriforma dell'ordinamento giudiziario vorrebbe ripristinare riportando "gerarchie" e divisioni dentro la magistratura.
Ciò che avanza nella realtà dei distretti giudiziari italiani, con il volto di donne ed uomini che fanno i magistrati, gli avvocati, i cancellieri, i dirigenti amministrativi, che insegnano nelle università parlando ai ragazzi - è esattamente l'opposto di questo ritorno all'indietro: è il cammino in avanti verso i diritti, un'onda orizzontale contrapposta all'idea del "governo dall'alto" della giurisdizione e della giurisprudenza a cui si è dedicata tanta cura quanto se ne è sottratta ai bisogni di giustizia dei cittadini.

2. In un momento di forte attacco ai diritti sociali e individuali, di messa in discussione di fondamentali conquiste nel campo delle libertà democratiche, dei principi di laicità dello Stato, dei diritti della donne alla propria identità ed alle proprie scelte di vita, di restrizione delle libertà personali in nome di politiche ispirate a discriminazione e intolleranza, si ha il dovere di riportare in primo piano la centralità della giurisdizione e l'irriducibilità del suo esercizio alle logiche del mercato.
La funzione interpretativa del giudice, tanto pi insopprimibile quanto pi si tenta di negarla, ed il ruolo della giurisdizione, tanto pi essenziale quanto pi si cerca di delimitarne e manipolare i confini, debbono essere consapevolmente vissuti come tramite necessario di un ordinamento rivolto in primo luogo alla tutela dei pi deboli ed indifesi. E quanto pi il diritto diseguale viene esplicitamente formalizzato anche a livello normativo, tanto pi è necessario ancorare l'interpretazione e l'applicazione della legge al criterio dell'uguaglianza, come connotazione intrinseca e come fattore di radicamento della giurisdizione, oltre che quale tramite di trasformazione per rendere concretamente realizzabili - nelle società ed anche dentro l'istituzione giudiziaria - le pari opportunità di uomini e donne, con una declinazione delle istituzioni anche al femminile che non basterà sancire in nuove norme statutarie, ma dovrà tradursi in un'azione costante e quotidiana per creare le condizioni affinch le donne possano entrare davvero con identiche chances nei luoghi in cui si formano decisioni, oltre che in quelli in cui si formano opinioni, modi di sentire e di immaginare la politica e le istituzioni.

3. Un simile impegno tocca tante cose, che non ci siamo stancati di ripetere negli anni, restando sempre inascoltati. Tocca anche la disciplina del processo, poich in ogni paese il modo in cui è strutturata la disciplina del processo costituisce la cartina d tornasole del rapporto tra stato e cittadini.
Sul processo non basta pi constatare la sconfitta culturale del modello scritto di vecchia e nuova memoria e limitarsi a reclamare che il processo deve essere frutto della collaborazione del giudice e delle parti, ma occorre ritrovare un filo conduttore ed una cornice chiara dei principi di riferimento. Quando un sistema giudiziario è giunto al punto di annoverare non meno di 23 tipi di procedimento, con una miriade di varianti e diversificazioni interne; quando la riforma fallimentare riesce da sola nel primato di collezionare ben dodici forme del procedimento camerale; quando il metodo di formazione delle leggi diventa quello che ha caratterizzato l'incredibile storia del decreto legge sulla "competitività" e delle sue vicende successive, bisogna davvero convincersi che è urgente e necessario ritrovare una bussola.
Non è tempo di sottovalutazioni, di scetticismi, di prese di distanze, ma è tempo di rilanciare una grande sfida culturale, di riaprire sul processo e sui suoi fini una riflessione ancorata all'insieme dei valori ad esso affidati dalla Carta fondamentale. E questa riflessione deve svolgersi lungo due direzioni fondamentali.
* alla moltiplicazione dei riti, che costituisce fonte sempre pi acuta di disagi per gli operatori e per gli utenti, occorre contrapporre un modello di processo tendenzialmente unitario, duttile nelle forme e ricco quanto a mezzi di tutela, fondato sul ruolo di impulso che il giudice ha il potere-dovere di esercitare nel pieno rispetto del contraddittorio e sotto il controllo costante delle parti, un processo che renda possibile a seconda dei casi tanto l'adattamento alla complessità della materia quanto la possibilità di trattazione immediata e, se ne ricorrano le condizioni, di decisione della causa fin dalla prima udienza di comparizione;
* la disciplina del processo deve essere costruita in modo da rendere possibile - nella cornice di garanzie essenziali e invalicabili - la flessibilità richiesta dai singoli casi non soltanto attraverso l'opera interpretativa ed il contraddittorio interno al singolo processo, ma attraverso il pi ampio contraddittorio che si realizza - secondo il modulo già sperimentato dei "protocolli d'udienza" - nel confronto tra le diverse categorie professionali specificando mediante regole ed intese di comportamento il contenuto di quei principi e realizzando in questo modo un efficace strumento di controllo e di valorizzazione dei poteri del giudice e delle parti.

4. A me pare, infatti, che sta proprio in questa ricerca collettiva il valore pi alto delle nuove esperienze di cui ho parlato.
Come ho detto in pi occasioni, ma come non sarà inutile ripetere specie in tempi in cui mediocrità e volgarità prendono troppe volte il sopravvento nei comportamenti di chi è investito di funzioni istituzionali, nella società globale e multietnica, in cui si confrontano e si scontrano identità culturali diverse, anche la legge e l'interpretazione debbono evolversi lungo la direzione di un diritto idoneo ad esprimere non soltanto solidarietà e tolleranza, ma prima ancora capacità di comprensione e mediazione, nella consapevolezza che i diritti dei popoli potranno convivere e svilupparsi solo a patto di rifiutare assolutismi e fondamentalismi di qualunque segno.
Concorrere a questo prospettiva di impegno corale intorno ala giustizia significa anche contribuire al superamento di quel clima di divisione e di contrasto che da troppo tempo sta inquinando la società, e ritrovare un abitudine e un costume che potranno aiutarci a riscoprire meglio, nel reciproco rispetto e nel leale riconoscimento dei diversi ruoli professionali, la funzione del diritto come spazio di libertà, di dignità e di sicurezza.
Servirà anche questo per affrontare la sfida che, nell'Europa e nel mondo non riguarda solo il processo, ma il tempo in cui siamo calati, l'orizzonte di quella nuove povertà che attendono tuttora di diventar vincenti trasformandosi in dignità riconosciuta, di quella speranza di un mondo pi libero e pi giusto che fu così viva nella coscienza di tanti amici scomparsi ai quali va adesso il mio ricordo.
L'esigenza di saldare la pluralità e la diversità degli ordinamenti ai diritti fondamentali, uno dei quali è proprio il diritto alla giustizia, non costituisce soltanto una sfida in senso alto per la politica, non servirà soltanto a conferire un senso nuovo al nostro impegno, ma gioverà a ristabilire in tutta la sua forza - nel paziente cammino a cui costringe la storia, e negli appuntamenti inesorabili che essa pone al potere - l'insopprimibile funzione del diritto, l'insuperabile necessità che continui ad esistere una magistratura autonoma ed indipendente.
E' questa la sfida a cui i giovani magistrati, se siamo capaci di prestare attenzione alle cose che dicono, intendono partecipare, come soggetti che concorrono ogni giorno all'effettività della giurisdizione e non come semplici assegnatari delle sedi pi sgradite o come pezzi per tappare tutte le falle create dalle carenze organizzative; e questa è la sfida che sta a cuore anche a coloro che giovani pi non sono, ma che hanno cercato negli anni di gettare qualche seme per una istituzione pi democratica, capace di garantire i diritti di tutti nei confronti di tutti senza distinzione.
Come vuole la Costituzione alla quale, giovani e meno giovani, continueremo a restare fedeli.

27 02 2006
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