Pubblicato su Magistratura Democratica (http://old.magistraturademocratica.it/platform)

Cosa chiede la giustizia

L'Associazione Nazionale Magistrati ha convocato per il 6 giugno il Congresso Nazionale, intitolato "un progetto per la giustizia: organizzazione, professionalità, efficacia". E' da tempo che l'associazione che riunisce la quasi totalità dei magistrati ordinari ha posto al centro della sua iniziativa politica l'obbiettivo di rendere giustizia in tempi ragionevoli, attraverso una migliore organizzazione e un alto livello di professionalità. E' la prima volta, però, che l'ANM lancia con chiarezza una sfida agli interlocutori politici, invitandoli a confrontarsi su di un progetto realizzabile, finalizzato a perseguire un obbiettivo che tutti affermano esser proprio. Niente più lunghi preamboli sul ruolo costituzionale della magistratura e sulla difesa dei diritti, vecchi e nuovi. E'ormai chiaro -con la forza dirompente dei fatti - che premessa ineludibile perché la giurisdizione possa svolgere fino in fondo il ruolo di garante dei diritti, in un sistema bilanciato di poteri, è il corretto e tempestivo funzionamento della giustizia quotidiana.

A proposito dei fatti di Genova e delle violenze di Bolzaneto, Stefano Rodotà ha ricordato come la giurisdizione si sia rivelata ancora una volta l'istituzione garante delle libertà, nel vuoto delle iniziative politiche e nell'inerzia di quelle amministrative. Si avvicina però la prescrizione. Se ciò avverrà, non solo la giurisdizione si sarà rivelata inadeguata al suo compito, ma avrà finito per fornire un alibi all'incapacità delle istituzioni politiche (in senso lato e dunque anche a quelle governative) di svolgere il proprio ruolo, che non è quello di attendere le decisioni della magistratura ma di assumere le proprie autonome responsabilità, sulla base degli elementi di fatto a tutti noti.

Nel settore dei diritti personali la magistratura ha saputo offrire tutela là dove compromessi sui principi erano passati sulla pelle degli individui, posti di fronte a intollerabili dilemmi morali, come nel caso delle diagnosi di reimpianto nella fecondazione assistita, interpretando alla luce dei principi costituzionali le oscure norme frutto di quei compromessi.

Tuttavia il quotidiano fallimento dei tempi della giustizia civile oscura questi risultati e fa percepire ai cittadini, così come agli imprenditori e ai lavoratori, la giustizia non come un utile strumento di risoluzione o di composizione anticipata delle controversie, e quindi come un mezzo di propulsione della società civile, ma come una palla al piede, un gigantesco costo aggiuntivo, che frena l'Italia nella competizione internazionale.

Non si tratta solo di costi economici. Anche questi sono elevatissimi. Operare in una zona ad alto livello di illegalità diffusa è molto più impegnativo per un imprenditore che far funzionare la propria impresa in un contesto di rispetto generalizzato delle norme. I costi economici che derivano dall'impossibilità di ottenere giustizia in tempi rapidi aumenta a dismisura i rischi connessi con l'insolvenza, aggravando al tempo stesso i creditori e coloro che vorrebbero accedere al credito. E così via. A questi costi economici se ne aggiungono di sociali e politici, forse incalcolabili. Ci si è chiesto, per fare un caso di forte rilievo politico, quanto abbia pesato sul lavoro precario, sulla sua stessa definizione, il sostanziale fallimento della giustizia del lavoro e come ciò pesi anche sulle future possibilità di rendere effettivi meccanismi che consentano al contempo mobilità e sicurezza del lavoro?

E ciò senza voler pensare alle umiliazioni cui sono sottoposti i cittadini che alla giustizia si rivolgono, ad esempio in sede di separazione personale, costretti a lunghe attese in affollati stanzoni.

Su alcuni di questi aspetti la magistratura associata non è priva di colpe. Fino a pochi anni addietro prevaleva una logica corporativa, soprattutto nelle componenti maggioritarie, che è stata di ostacolo alla faticosa affermazione dei controlli di professionalità e sulle capacità organizzative dei dirigenti e anche dei singoli magistrati. Resistenze di tal genere, spesso legate a logiche di appartenenza, permangono ancora, soprattutto nella nomina dei dirigenti, anche se finalmente comincia a vedersi un'aria nuova; basti pensare che nel nuovo CSM le nomine all'unanimità sono divenute la norma, in confronto alle nomine della consiliatura precedente, a colpi di maggioranza e spesso in spregio della stessa normativa interna.

Non vi sono dunque più scuse per nessuno. Non è senza significato che intorno a questa impostazione l'ANM, fino ad oggi spaccata, sembra poter ritrovare l'unità. E' il momento di confrontarsi con poche, chiare priorità, che costituiscono la base di un possibile progetto per una giustizia efficiente e finalizzata alla effettiva tutela dei diritti. Vi sono molti punti di convergenza col programma del partito democratico (le misure sul processo penale, guidate dall'obbiettivo della certezza della pena, in un quadro di garanzie finalizzate a rendere una decisione giusta in un tempo ragionevole, e quindi che evitino inutili dispendi di energie o barocche moltiplicazioni; un diritto penale che persegua solo i fatti che meritano una così grave sanzione; semplificazione del processo civile e stimolo degli strumenti di composizione delle controversie). Particolarmente importanti sono le proposte in tema di organizzazione, che implicano anch'esse scelte politiche non neutrali (dalla riqualificazione professionale del personale amministrativo fino al raggiungimento di obbiettivi di recupero dei fondi inutilizzati).

Ma non è questo il punto della discussione. Che vi siano o meno convergenze tra programmi si vedrà solo, davvero, quando si passerà a sciogliere i nodi politici che restano irrisolti, così nei programmi dell'ANM come in quelli degli schieramenti oggi al voto. Ciò che conta è che si affermi un metodo di lavoro. Sono finite le scuse. Lo scontro tra politica e giustizia non può più valere come alibi e ne è consapevole chi tenta continuamente di riattizzarlo; esso costituisce un comodo paravento per nascondere l'incapacità di confrontarsi sui costi politici che far funzionare la giustizia comporta. Un esempio per tutti: il programma del Popolo della Libertà punta molto sul processo telematico; peccato che in cinque anni di governo i fondi per l'informatizzazione siano stati drasticamente ridotti.

Deve finire di conseguenza anche il dialogo tra autistici che sembra affliggere la giustizia. Ognuno parla una sua lingua, si accorge di fatti che ad altri sembrano inesistenti. A proposito di fatti, per parlare di giustizia in questa nuova, feconda prospettiva è necessario partire dalle cose, dalla loro dura realtà. Si vuole affermare che i magistrati lavorano poco e che da qui occorre partire? Lo si documenti e non ci si limiti alla facile boutade dei 45 giorni di ferie. I dati esistono già e riguardano l'incremento percentuale delle prestazioni mediamente fornite dai singoli e dagli uffici; da questi dati si comprenderà che a un aumento significativo dell'impegno (documentato dal numero di udienze, di atti svolti ecc.) non corrisponde un pari risultato definitivo. Da questi dati si potrà concludere se i magistrati lavorino poco oppure lavorino molto, ma in larga parte a vuoto, a causa di inadeguatezze procedurali e organizzative. I dati diranno anche dove sono le sacche di disimpegno o di cattiva preparazione e consentiranno di colpire selettivamente e dunque non con argomenti ad effetto, ma con misure efficaci.

Il tema che l'ANM ha scelto per il proprio congresso non deve dunque trarre in errore: non ha prevalso tra i magistrati una scelta riduttiva, quasi produttivistica, una specie di fordismo giudiziario in ritardo. I giudici italiani dicono una cosa chiara: i tempi della giustizia sono altrettanto importanti del contenuto della decisione. Spero che questa consapevolezza contenga anche quella dei costi che essa necessariamente comporta, anche per i magistrati, e che non riemergano antiche resistenze. Quale che sarà la riposta a questo interrogativo, ciò che è certo è che l'interlocutore politico che vorrà continuare a trattare la giustizia come campo di guerra, in cui agitare includenti bandiere ideologiche (come quella della separazione delle carriere o delle toghe rosse o della burocratizzazione dei giudici), sarà responsabile della perdita di un'occasione per offrire finalmente ai cittadini un servizio efficiente e in grado di garantire i diritti di tutti.

Giovanni Salvi


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